Rami al Sayed, l’attivista e giornalista morto insieme a Marie Colvin e Remi Ochlik, era nato nel 1985. Rami è morto dopo una emorragia durata più di tre ore, dovuta alle ferite riportate nel corso dei bombardamenti, lascia la moglie e la figlia Maryam di soli 18 mesi. Il fratello di al Sayed racconta in un video (ndr: attenzione immagini di forte impatto), mentre abbraccia il fratello, che sin dai primi giorni della rivoluzione Rami aveva cominciato a filmare con il cellulare quello che accadeva a Bab Amr.
E’ grazie a questo ragazzo, e a tanti altri morti di cui non sapremo mai il nome, che ci sono giunte le immagini dei bombardamenti. Giovani come Rami, considerati dai giornalisti nostrani non attendibili perché caricavano i filmati su youtube, ci hanno raccontato l’orrore di una strage- evitabile se avessimo agito con fermezza dal primo mese-.

Una mia amica attivista, che da mesi ha sacrificato la sua quotidianità, gestendo da mattina a sera una pagina su Facebook in cui carica i video che ogni giorno arrivano da Damasco, mi ha detto “quando volevo vedere video su Bab Amr andavo sul suo canale. Ora Syrianpioneer -pseudonimo di Rami e del canale streaming da lui creato- ha un vero nome. E’ triste venirlo a sapere quando ormai è morto”. Solo negli ultimi quindici giorni in Siria sono morte oltre 750 persone.

Edith Bouvier, collaboratrice di Le figaro, rimasta ferita nell’esplosione del centro stampa, in cui sono morti al Sayed, la Colvin e Ochlik, dice in un video appello “i medici mi hanno trattato benissimo, non possono fare di più”, ma non erano salafiti armati e qaedisti? Dove sono le spie inglesi, francesi e saudite che qualche giornalista italiano segnalava presenti a Homs? Perchè non sono andate a salvare i giornalisti?. Paul Conray, anche lui ferito, ripete in un video appello “ho bisogno di cure, sono ferito, non sono stato catturato sono loro ospite”.

Questi giornalisti non si sono accontentati di andare alle conferenze stampa del ministro degli esteri siriano, ne’ di usare le parole “guerra civile” per descrivere semplicisticamente quello che accade in Siria. Sono andati con i siriani, a parlar con loro, per questo segretamente sono entrati a Homs, dove il regime non vuole far entrare i giornalisti da soli. In questo momento di dramma umano, celebriamo –giustamente- anche i ragazzi come al Sayed che hanno documentato con sprezzo del pericolo una delle tragedie più grande di questo secolo.