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Guido Scorza
Docente, avvocato e giornalista

I furbetti del canone speciale

Un laconico e ambiguo comunicato stampa di poco più di mille caratteri, spazi inclusi, della Rai e un silenzio assordante del ministro per lo Sviluppo Economico Corrado Passera.

E’ così che i protagonisti di questa brutta storia italiana vorrebbero mettere a tacere le polemiche che li hanno travolti dopo il tentativo di portare nelle casse dell’azienda radiotelevisiva di stato circa 1 miliardo e 400 milioni di euro non dovutile da imprenditori e liberi professionisti italiani.

Troppo poco davanti alla gravità del gesto e all’assurdità dell’idea di introdurre un’autentica tassa contro il futuro per finanziare la vecchia Tv.

Troppo poco, specie considerato il “giochetto” da furbetti del quartiere con il quale Rai e Ministero dello Sviluppo economico vorrebbero prendere tutti in giro, gridando al solito fraintendimento.

“La Rai, a seguito di un confronto avvenuto (…) con il Ministero dello Sviluppo Economico, precisa che non ha mai richiesto il pagamento del canone per il mero possesso di un personal computer collegato alla rete, i tablet e gli smartphone”.

Balle. Bugie. Menzogne.

Nessun fraintendimento.

Questo è esattamente quello che la Rai, sino a ieri, ha chiesto agli imprenditori e liberi professionisti italiani. La Rai ha chiesto – e il testo della lettera trasmesso a milioni di aziende è li a confermarlo – di pagarle un canone se possedevano un pc collegato in rete.

Il “canone speciale” è dovuto da “chiunque detenga uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione di trasmissioni radiotelevisive, al di fuori dell’ambito familiare, compresi computer collegati in rete, indipendentemente dall’uso al quale gli stessi vengono adibiti come ad esempio la visione di filmati, dvd, televideo, filmati di aggiornamento ecc”.

“La lettera inviata dalla Direzione Abbonamenti Rai si riferisce esclusivamente al canone speciale dovuto da imprese, società ed enti nel caso in cui i computer siano utilizzati come televisori”, ha scritto ieri Rai nel suo comunicato stampa.

Si tratta, però, appunto, di una balla.

Lo conferma la lettera inviata nei mesi scorsi dalla Rai a imprenditori e liberi professionisti italiani: il canone speciale è dovuto “indipendentemente dall’uso al quale gli stessi [cioè i computer collegati in rete, ndr] sono adibiti” e lo ribadisce il tenore letterale di una risposta a una delle Faq ancora pubblicate sul sito della Rai.

E’ la detenzione dei computer, dunque, il presupposto dell’obbligo di pagamento del canone e non un uso specifico degli stessi “come televisori”, come, oggi pretendono di raccontarci Rai e Ministero dello Sviluppo economico.

C’è un’altra Faq pubblicata sul sito della Rai a chiarire ancor meglio il principio: “Uso l’apparecchio televisivo solo come monitor per il computer o per vedere videocassette, devo pagare il canone?”.

“Sì – risponde Rai – in quanto l’obbligo al pagamento del canone di abbonamento alla televisione… sorge a seguito della detenzione di uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione delle trasmissioni radiotelevisive indipendentemente dalla qualità o dalla quantità del relativo utilizzo… Pertanto, la destinazione dell’apparecchio televisivo ad uso diverso (visione di nastri preregistrati, utilizzazione come terminale per home computer o come monitor per videogame) non ne esclude la adattabilità alla ricezione delle trasmissioni televisive e comporta comunque l’obbligo a corrispondere il canone di abbonamento”.

E’ per questo che è offensivo il tentativo che la Rai oggi sta facendo con l’avvallo del ministro dello Sviluppo Economico e del premier, ministro ad interim dell’Economia (che tacciono): raccontare di non aver mai preteso il pagamento del canone, ordinario o speciale che sia, per la mera detenzione di un computer collegato in Rete.

Lo hanno fatto e continuano a farlo.

Meno di un “pentimento operoso”, direbbe un giudice.

Ci hanno provato. Hanno provato a mettere a bilancio crediti per quasi un miliardo e mezzo di euro, affondando le mani – con l’inganno o, almeno, giocando sull’ambiguità – nelle tasche degli imprenditori di un Paese in crisi e facendo loro pagare caro il fatto di guardare al futuro attraverso Pc, tablet e smartphones.

Ma a provarci non è stato un imprenditore qualunque con l’intento, miope e assai poco lecito, di sbarcare il lunario in danno della propria clientela, ma un pezzo dello Stato. A provare a portare a casa quasi un miliardo e mezzo di euro è stata una società posseduta per il 99,6% dal Ministero dell’Economia.

E’ per questo che gli imprenditori e i liberi professionisti italiani hanno diritto a delle spiegazioni prima e a delle scuse poi, così come a delle scuse hanno diritto tutti i cittadini che hanno assistito attoniti a un indecoroso spettacolo di uno Stato che, attraverso un suo braccio, prova a fare il furbetto.

Le scuse e le spiegazioni sono il presupposto minimo e irrinunciabile a tutela del rapporto di fiducia che deve necessariamente esistere tra il Governo ed il Paese, specie mentre il primo chiede al secondo enormi ed eccezionali sacrifici.

“Ci scusiamo per l’accaduto” avrebbe dovuto esordire Rai nel suo comunicato stampa, proseguendo poi con delle spiegazioni serie e puntuali della vicenda piuttosto che con il solito ritornello di Palazzo – del quale il premier uscente era maestro (ma con un certo numero di ottimi allievi anche nelle fila di questo Governo) – secondo il quale avremmo tutti capito male.

Il Governo, dal canto suo, avrebbe dovuto fare altrettanto e, soprattutto, rassicurare il Paese che in futuro vigilerà con maggiore attenzione mentre, frattanto, i responsabili dell’accaduto saranno puniti.

Peccato sia finita così. A tarallucci e vino, come probabilmente staranno raccontando i media stranieri che si sono interessati alla vicenda.


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