“In Italia anche i partiti morti godono di finanziamenti pubblici e la legge prevede che i rimborsi elettorali siano elargiti due volte in caso di fine legislatura anticipata. Lo scandalo della Margherita è emblematico per capire che è ora di cambiare”. Gaetano Azzariti, ordinario di Diritto costituzionale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma “La Sapienza”, è convinto che il caso Lusi apra uno squarcio su tutti i difetti e gli errori della legge sul rimborso ai partiti. Che, di fatto, è una “finzione del linguaggio” visto che ha reintrodotto il finanziamento pubblico ed è una “presa in giro” nei confronti degli elettori.

Referendum tradito – “Nel 1993 la consultazione ha avuto un esito plebiscitario” spiega Azzariti. Infatti oltre il 90 per cento dei votanti si era espresso per l’abolizione della legge vigente ma, essendo abrogativo, “è stata cancellata la normativa e lasciato il vuoto sulle possibili fonti di sostegno dei partiti politici”. La conseguenza fu il ritorno dello stesso principio del finanziamento pubblico sotto mentite spoglie: infatti dopo solo otto mesi, il Parlamento decise di aggiornare la legge 515 del 10 dicembre 1993, allora definita “contributo per le spese elettorali”, che riportò nelle casse dei partiti miliardi di vecchie lire alle elezioni del 1994 e del 1996. Alla tornata del 2001 entrano inoltre in vigore le “Nuove norme in materia di rimborso delle spese elettorali e abrogazione delle disposizioni concernenti la contribuzione volontaria ai movimenti e partiti politici” che prevedono la reintroduzione del finanziamento pubblico per Camera, Senato, Parlamento Europeo, Regionali e referendum sostituito dai “rimborsi elettorali”, senza corrispondenza con le spese realmente effettuate. L’anno successivo, poi, il quorum per ottenere i fondi viene abbassato dal 4 all’1 per cento e a partire dal 2006 i partiti hanno diritto a ricevere l’intero importo del rimborso anche in caso di fine legislatura anticipata. “Nel corso di tutti questi emendamenti – prosegue Azzariti – il legislatore fu molto ‘disinvolto’ e ripropose, seppur con altre parole, la legge sul finanziamento pubblico. La stessa che era stata bocciata dalla volontà popolare”.

No rendiconto – Un altro aspetto controverso riguarda le verifiche sui rimborsi che, di fatto, sono inefficaci in quanto “i controllori sono i controllati”. Nel 1997 tuttavia la legge ha introdotto l’obbligo del bilancio per i partiti che, però, è sottoposto alla verifica della Presidenza della Camera, mentre la Corte dei Conti può soltanto accertare il rendiconto delle spese elettorali. Un sistema che favorisce la corruzione e non garantisce trasparenza, né interna al partito, né verso gli elettori. “Un meccanismo di questo tipo – puntualizza Azzariti – facilita le violazioni. Poniamo anche il caso che i tesorieri siano onesti: i cittadini, a prescindere dalla correttezza dei dirigenti, sono comunque all’oscuro dei patrimoni dei loro partiti”. E l’assenza di un soggetto terzo preposto al controllo, “ancor più necessario perché il contributo è pubblico”, favorisce i bilanci ‘truccati’.

Conflitto tra politica e giustizia – L’assenza di un serio controllo da parte di revisori o di società di revisione, come invece accade in Europa, “evidenzia la convinzione che lo Stato non debba nutrire ingerenze nei confronti dell’attività interna dei partiti, dal rispetto della democrazia alla rendicontazione contabile – nota il professore – Questo può avere senso negli stati autoritari, in cui le formazioni di opposizione devono difendersi da un potere ostile. Tutte condizioni assenti in un ordinamento democratico”. La mancanza di una legge sulla responsabilità giuridica dei partiti che li obblighi a rispondere della loro gestione finanziaria e del rispetto della democrazia interna, evidenzia la contrapposizione tra politica e giustizia, nonostante “siano ormai maturi i tempi per individuare forme di responsabilizzazione di chi siede in Parlamento”.

Proposte – Anche dalla politica, però, arriva la volontà di cambiare la legge sui rimborsi elettorali: sia a Montecitorio che a Palazzo Madama, infatti, sono stati depositati a riguardo sette disegni di legge. Che al momento giacciono fermi. Il deputato radicale Maurizio Turco, ad esempio, ha proposto la creazione di una sezione di controllo ad hoc della Corte dei conti per la verifica di rendiconti e spese che, nel caso riscontri irregolarità, potrà decidere la sospensione dei finanziamenti e la restituzione di quanto riscosso dal partito nel corso dell’anno, oltre a una sanzione amministrativa pecuniaria da 10mila a 100mila euro. Tra i ddl firmati, il senatore Felice Belisario dell’Italia dei Valori ha chiesto l’abolizione del doppio rimborso in caso di fine legislatura e Pino Pisicchio alla Camera vuole regole più chiare per la rendicontazione dei patrimoni immobiliari.

Per quanto riguarda il finanziamento, secondo Azzariti sarebbe opportuno passare dalla forma diretta di oggi ai contributi indiretti, da realizzare attraverso “facilitazioni, ad esempio in materia di stampa, contributi alle sedi e sgravi fiscali, che sono anche più facilmente controllabili, per garantire equilibrio nella competizione politica”. A questo si aggiungerebbero i “rimborsi elettorali, ma di entità assai più ridotta e sottoposti al controllo di terzi”. E i partiti dovrebbero vivere “anche di finanziamenti privati, come accade in molte altre democrazie, con le donazioni superiori ai mille euro da iscrivere a bilancio”.

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