Non c’è niente da fare, il social media fa paura. Sarà perché una forma di regolamento, nazionale o sovranazionale che sia, non si è ancora trovata – e molti diranno per fortuna, dato quasi certamente si tratterebbe di provvedimenti “bavaglio”, pronti a snaturarne la spontaneità della rete. Sarà perché la Primavera araba si è allargata a macchia d’olio proprio grazie ai tweet dei ribelli di piazza Tahrir, lanciando un’onda che ha fatto sprofondare regimi assopiti da anni. E a qualcuno che sta ancora ben saldo (vedi la Cina) magari la cosa può dare parecchio fastidio. Sarà infine perché le parole sono non soltanto importanti, come ricordava Nanni Moretti in una intramontabile quanto perturbante scena di Palombella Rossa, ma sono soprattutto il veicolo della critica e della riflessione, e dunque sinonimo di democrazia partecipativa.

Che però Twitter – tra tutti i social media quello che certamente si è mostrato il più dinamico negli ultimi tempi arrivi a una sorta di “censura selettiva”, come l’ha definita il sito della tv di Stato britannica Bbc, questa è proprio una notizia che non ci si sarebbe aspettati di dover commentare. Spiegano infatti i dirigenti di Twitter sul loro stesso blog di aver escogitato un sistema per nascondere i testi twittati in un solo Paese, se necessario, rendendolo quindi visibile nel resto del globo. Cosa che fino a questo momento non era possibile fare: una volta rimosso, il testo spariva e basta. Meraviglie della tecnica? No, miracoli del business piuttosto. Il motivo della selezione geografica dei tweet, motivano i dirigenti, risponderebbe infatti all’esigenza di rimuovere gli ostacoli che impediscono la diffusione planetaria del sito. Più Twitter si ingrandisce, insomma, più si introduce in “mercati che hanno idee differenti riguardo al concetto di libertà di espressione”. Citando come paragone il caso collaudato di Francia e Germania, dove sono opportunamente banditi i contenuti filonazisti.

Qualcuno però sospetta, mentre qualcun altro non sembra troppo contento, come gli utenti infuriati che indicono uno sciopero dei tweet per oggi. La perplessità sorge nel momento in cui l’esempio positivo della censura ai contenuti pro-nazi – volutamente scelto da Twitter per sostenere la sua scelta – si apre ad altri scenari. Spiega ad esempio a Mashable, giornale americano online che si occupa di nuove tecnologie, Mustafa Kazemi, corrispondente dall’Afghanistan, come la mossa di Twitter potrebbe rappresentare la risposta alle sollecitazioni di un senatore americano per rimuovere gli account pro-talebani. E perché non un occhiolino alle autorità cinesi, essendo quello cinese un enorme mercato da cui il sito di microblogging è attualmente bandito, mentre il suo concorrente autoctono Weibo, per quanto minacciato e censurato da Pechino, conta milioni di utenti? Senza considerare che, con la censura selettiva, l’Egitto, probabilmente, non avrebbe cominciato la sua primavera. O almeno non grazie al Twitter. Dunque la domanda da farsi è proprio questa.

Il cambiamento è motivato dalla varietà di idee in giro per il mondo, certo. La svastica in Europa è il simbolo del nazismo, in India l’effigie della religione solare. Eppure i canoni della libertà di espressione, proprio come quelli dei diritti umani, non dovrebbero esserlo in nessun caso. Perché sennò diventa un po’ comodo fare affari. Perfino i dirigenti di Twitter, che fino adesso è stato un mirabile veicolo di opinioni critiche, dovrebbero ricordare che la libertà di espressione non è esattamente una merce che si può vendere o comprare come qualsiasi altra.

Il Fatto Quotidiano, 28 Gennaio 2012