Ci sono alcune liberalizzazioni col trucco nel decreto che il Governo dei Professori ha appena licenziato, liberalizzazioni che liberalizzano mercati già liberi, risparmiando i veri monopoli fonte di inefficienza, e soprattutto liberalizzazioni solo annunciate.

Cominciamo da queste ultime.

L’art. 1 del Decreto stabilisce un principio sacrosanto e indispensabile per liberare il sistema Paese dalla morsa della burocrazia e dei privilegi: tutte “le norme che prevedono limiti numerici, autorizzazioni, licenze, nulla osta o preventivi atti di assenso dell’amministrazione comunque denominati per l’avvio di un’attività economica non giustificati da un interesse generale, costituzionalmente rilevante e compatibile con l’ordinamento comunitario nel rispetto del principio di proporzionalità” o “che pongono divieti e restrizioni alle attività economiche non adeguati o non proporzionati alle finalità pubbliche perseguite” sono abrogate.

Giusto così. Troppo spesso, nel nostro Paese, limiti e autorizzazioni all’esercizio di attività economiche vengono utilizzati per garantire agli amici degli amici ingiustificate posizioni di privilegio e per ostacolare l’accesso al mercato a realtà più giovani ed efficienti. Il tutto in assenza di valide ragioni di interesse pubblico.

Nelle prime versioni dello schema di Decreto Legge, il testo si fermava qui. Poi qualcosa deve essere accaduto, o meglio qualcuno deve aver fatto presente al Governo dei Professori che l’Italia non è Paese nel quale si possa pensare di travolgere privilegi e centri di potere dalla sera alla mattina. L’esecutivo, a quel punto, ne ha preso atto e ha inserito nel disegno di legge il “trucco”.

Eccolo il trucco.

L’abrogazione di tutte le norme è rinviata sino alla “dalla data di entrata in vigore dei decreti di cui al comma 3 del presente articolo” che, a sua volta dispone che “il Governo è autorizzato ad adottare entro il 31 dicembre 2012 uno o più regolamenti… per individuare le attività per le quali permane l’atto preventivo di assenso dell’amministrazione, e disciplinare i requisiti per l’esercizio delle attività economiche, nonché i termini e le modalità per l’esercizio dei poteri di controllo dell’amministrazione, individuando le disposizioni di legge e regolamentari dello Stato che… vengono abrogate a decorrere dalla data di entrata in vigore dei regolamenti stessi”.

Chiaro no? Da un lato si annuncia la super-liberalizzazione ma dall’altro la si rinvia di un anno e, soprattutto, si demanda a un’attività regolamentare, da svolgersi nelle segrete stanze di Palazzo Chigi, la scelta delle attività destinate davvero a essere liberalizzate e, conseguentemente, dei privilegi effettivamente destinati – senza urtare troppo la sensibilità degli amici e degli amici degli amici – ad essere eliminati.

Se a questo si aggiunge che nessuno può dire chi siederà a Palazzo Chigi da qui alla fine dell’anno, la super-liberalizzazione del Governo dei Professori, risulta ridimensionata e ridotta alla definizione che più le si addice: un annuncio tutto politico di una liberalizzazione col trucco.

Ma non finisce qui.

Come anticipato, infatti, accanto a liberalizzazioni solo annunciate ci sono anche liberalizzazioni di mercati, in realtà, già liberi.

E’ il caso della cosiddetta liberalizzazione del mercato dell’intermediazione dei diritti connessi degli artisti interpreti ed esecutori. I primi a leggere l’art. 39 del Decreto Legge che, appunto, la prevede hanno esclamato “urrà!”, pensando che il Governo avesse, finalmente, eliminato l’anacronistico monopolio della Siae, fonte di sprechi ed inefficienze colossali. Sfortunatamente, tuttavia, non è così.

La norma, infatti, annuncia – anche in questo caso la sua operatività è demandata al varo di un regolamento – di voler liberalizzare un mercato confinante con quello nel quale opera la Siae e in tutto e per tutto analogo a quest’ultimo sia in termini di dinamiche che di soggetti coinvolti. C’è, però, un “ma” che giustifica, ancora una volta, l’espressione “liberalizzazioni con il trucco”: in questo mercato non esiste nessun monopolio e, quindi, si tratta di un mercato già libero.

Perché il Governo dei professori individua correttamente l’esigenza di liberalizzare il mercato della gestione dei diritti d’autore ma poi non ha il coraggio di smantellare l’unico monopolio che l’opprime? E’ una domanda che varrebbe la pena porre al prof. Monti che, peraltro – vista la sua esperienza europea – sa bene che un monopolio non indispensabile a garantire l’efficienza di un mercato o la tutela di interessi pubblicistici è un mercato incompatibile con le norme Ue.