Le liberalizzazioni di Monti non porteranno nessuna crescita, però molta più equità. Finiranno molti soprusi a danno dei cittadini, commessi da “poteri forti” grandi e piccoli, che rendevano la vita difficile e cara. Caleranno le rendite estratte – ai consumatori – da professionisti, commercianti, e imprese protette da mille barriere all’ingresso, opacità e vantaggi informativi, regolamenti, cartelli e strutture oligopoliste.

Dal punto di vista della crescita e dell’occupazione, invece, non accadrà nulla. Le liberalizzazioni infatti razionalizzano il sistema produttivo: il lato dell’offerta. Ma il Pil, fino al 2016 e oltre, dipenderà unicamente dal livello della domanda aggregata. Le imprese sono già in grado di produrre 100: producono 90 perché nessuno acquista di più. Portare la capacità produttiva da 100 a 110 non ha dunque effetti sul PIL. Chi sostiene il contrario o ragiona a livelli “inferiori”, o ragiona a livelli “superiori”, oppure mente.

Il primo caso è molto diffuso. E’ incredibile quanti economisti confondano la domanda con l’offerta. Questa confusione elementare (che si spiega anche con l’avversione all’intervento dello Stato e alla redistribuzione) è alla base dei fatali errori di politica economica della destra internazionale dopo il 2008, dai repubblicani Usa a Cameron, dagli Eurocrati alla BCE.

Altri economisti fanno ragionamenti sofisticati. Capiscono che il perdurare della crisi attuale dipende dalla depressione dei consumi. Ma sostengono che le liberalizzazioni possano stimolare la domanda. Il meccanismo principale è la fiducia; tecnicamente noto come “effetto ricchezza”. Funziona così. Nel 2018 la crisi attuale probabilmente sarà stata superata e la disoccupazione dei fattori produttivi riassorbita. La domanda aggregata sarà tornata a 100 e anche più: a quel punto (legge di Say) conterà l’efficienza (con cui verranno utilizzati i fattori produttivi, tornati ad essere scarsi). Se intanto le liberalizzazioni ampliano l’offerta potenziale da 100 a 110, il PIL futuro potrà crescere velocemente fino a 110: rispondendo alle richieste dei consumatori senza pressioni inflazionistiche. Che effetti ha questa felice prospettiva sull’oggi? Poiché dal 2016 o dal 2020 i redditi avranno maggiori probabilità di crescere, sentondosi più ricche, le famiglie avranno voglia di spendere in anticipo parte dei futuri aumenti di reddito. Mah! Ciò presuppone consumatori informati e iper razionali: non so quanti in Italia ragionano così. Però capisco che il governo intrattenga deliberatamente un equivoco sulla crescita: per rafforzare l’effetto ricchezza.

Il secondo effetto riguarda la domanda estera. Più efficienza = costi inferiori = maggiore competitività sui mercati esteri = maggiori esportazioni. Però occorrono anni prima che le ristrutturazioni dell’offerta impattino i costi di produzione e i prezzi. Intanto le razionalizzazioni avvengono tramite espulsione di manodopera, che deprime la domanda interna. Infine, se nel frattempo altri paesi europei riducono i costi quanto noi il “guadagno di competitività” è nullo.

Un terzo effetto può nascere dai pochi lavori di ristrutturazione (per esempio delle pompe di benzina, per renderle multi prodotto, o per installare nuovi self service; sulla rete gas, elettrica; apertura di nuove farmacie; ecc.) stimolati dalla caduta di alcune barriere all’ingresso.

Un quarto effetto espansivo può venire dall’abolizione delle c.d “tasse occulte”, cioè dalla redistribuzione delle rendite dei produttori (taxisti, avvocati, notai, ecc.) ai consumatori. Chi ha la maggiore propensione al consumo? I meno abbienti. Se i clienti sono mediamente meno abbienti dei produttori, la domanda aggregata potrebbe aumentare. In ogni caso, si tratta di operazioni a saldo zero, quindi di debole impatto; invece l’incertezza sulle entrate future genera effetti depressivi (aumento del risparmio precauzionale) molto forti.

Le politiche dell’offerta in Grecia e Irlanda hanno avuto effetti più depressivi che espansivi nel breve e medio termine. Strano che un economista bravo come Tito Boeri vada propagandandone gli effetti espansivi su occupazione e crescita in Belgio, Uk, Francia, avvenuti però in periodi di piena occupazione: situazione non paragonabile alla presente.

Peccato che le Autorità Garanti – non esattamente dei centri di meritocrazia – non siano state riformate. Ma ben vengano le liberalizzazioni, se fatte con attenzione all’occupazione, come sta facendo il governo. A condizione che non le facciano passare come ricette contro gli spread e la recessione. Più che “una scemenza” (Giovanni Palmerio), sarebbe un pretesto per non intervenire sulla crisi, o per distogliere l’attenzione dal nuovo Trattato Europeo che – anche con le modifiche richieste dall’Italia – si presenta come inaccettabile per noi e per l’Europa.