Nel linguaggio assicurativo esiste il termine “atto di dio” per definire un evento imprevisto e imprevedibile, provocato dalle forze della natura. Come vediamo, però, il più delle volte i disastri non sono “atti di dio” ma “atti dell’uomo”. La differenza tra le due situazioni è che nella seconda c’è, o dovrebbe esserci, ampio margine per interventi preventivi. Invece no, come al solito siamo a rincorrere l’emergenza dopo che la frittata è fatta.

Il costo di questa stolta immunità al pensiero preventivo, nel caso del naufragio del Giglio? Vite umane, innanzitutto. Ma anche l’ambiente, di cui timidamente si inizia a parlare. Per esempio, una quantità di combustibile oltre sette volte superiore a quello della nave Rena (incagliatasi di recente causando un serio disastro ambientale in Nuova Zelanda), che una sottile paratia di metallo, sulla cui imminente integrità nessuno vorrebbe scommettere, separa oggi dal pregiato ecosistema del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano e del Santuario Pelagos per i mammiferi marini del Mediterraneo.

Gli strumenti per l’attuazione di politiche di prevenzione esistono, ma vengono utilizzati con eccessiva parsimonia per non irritare interessi particolari che continuano a contare di più di quelli della collettività. L’International Maritime Organisation delle Nazioni Unite, per esempio, può istituire le Particularly Sensitive Sea Areas dove le regole della navigazione sono più stringenti, ma in Mediterraneo l’unica PSSA è stata dichiarata meno di un anno fa nelle Bocche di Bonifacio.

Ci vorrebbe ben altro. Ora non ci resta che fare gli scongiuri nella speranza che chi si occuperà di mettere il relitto in sicurezza riesca a farlo prima che avvenga l’irreparabile. Avremmo preferito meno scongiuri ex post e più ferme regole ex ante, soprattutto quando le regole sono non solo possibili, ma anche doverose.