Ha venticinque anni, è rumeno. Dimitri, lo chiameremo così, non ha mai avuto niente a che fare con la legge in Romania e neppure in Italia.

Sappiamo di lui che fino al 19 dicembre dello scorso anno viveva ad Arezzo, la terra di Petrarca, di Piero della Francesca e di Michelangelo. Un luogo che mena il vanto di essere la culla delle menti aperte del Rinascimento, ma che, prudentemente, non dimentica di essere sempre la città di Licio Gelli.

Bene, il 19 dicembre Dimitri si trova dentro il supermercato Santa Prisca che sta a pochi metri da Piazza Guido Monaco, nel cuore della cittadina toscana. Dimitri non ha soldi in tasca, ma ha voglia di un cioccolatino. Fa una stupidaggine. Arraffa una tavoletta di cioccolato e tenta di andar via inosservato. Un banale taccheggio che però provoca un intervento di polizia e carabinieri di certo degno di miglior causa.

Allertati dal personale del supermercato, agenti e militari arrivano in massa per bloccare il “pericoloso criminale”. La vista delle divise e la coscienza di aver commesso un reato gettano Dimitri nel panico. Il giovane tenta di scappare e nella fuga travolge un carabiniere che ruzzola per terra. Dimitri, che evidentemente come criminale non vale una cicca, fa pochi metri e viene agguantato dai tutori dell’ordine.

Lo ammanettano e portato dentro. Lo processato a tempo di record. La spinta e il ruzzolone del carabinieri, portano il pm Albergotti  a chiedere e ottenere la condanna invece che per il semplice furto per rapina impropria. Il giudice monocratico non si fa pregare e in nome del Popolo Italiano emette la sentenza: due anni di carcere con il contorno di 600 euro di multa. Condanna esecutiva, senza condizionale. Per Dimitri, ladro di cioccolata, si spalancano le porte di Solicciano dove dovrà scontare la sua condanna in cella. Una condanna durissima per aver rubato una stecca di cioccolato che vale non più di due euro.

La condanna di Dimitri arriva quasi in contemporanea alla decisione del Parlamento di salvare Cosentino dalle manette e pochi giorni prima che venisse concesso a Bruno Contrada, condannato in via definitiva per concorso in associazione mafiosa, di scontare la pena ai domiciliari.

La condanna di Dimitri è frutto dello zelante lavoro di un Palazzo di Giustizia di solito vocato al garantismo più assoluto a allo studio minuzioso delle possibilità procedurale e delle pene alternative a favore degli accusati. E’ accaduto ad esempio quando si processa il proprietario della Chimet, Sergio Squarcialupi, uno dei sette uomini che determinano a livello mondiale il prezzo dell’oro. Squarcialupi deve  rispondere di disastro ambientale per l’inquinamento provocato dalla sua azienda che, secondo l’accusa, avvelenerebbe l’aria scaricando diossina.

Ebbene il Tribunale di Arezzo, che ha spedito in galera per due anni un incensurato ladro di cioccolata, ha eliminino le fonti di prova d’accusa più importanti per un banale, quanto discutibile, vizio di notifica. Si trattava di diossina, mica di cioccolata.