La crisi peggiore degli ultimi cento anni è descritta con metafore che provengono dal mondo della navigazione: rotta, tempesta, naufragio, si sprecano all’interno di ogni commento. Nei fatti, ci stiamo abituando ad una autentica battaglia navale in cui singole corazzate con bandiere nazionali ed equipaggi indifferenziati – dagli operai, ai pensionati, agli industriali, ai banchieri – muovono a contendere lo spazio a quelle “nemiche” che incrociano sui propri mari, apparentemente senza regia e con navigazione a vista. Con la politica che ha perso la bussola, che esibisce capitani senza spessore e sempre più lontani dagli equipaggi. Che va cedendo i ponti di comando a tecnici di lungo corso, esperti – sembrerebbe – dei mari, le cui tempeste non hanno saputo domare quando dovevano far funzionare i fari e mandare a tempo avvisi ai naviganti. E’ il caso della Grecia e dell’Italia ed è quanto sta alle spalle della coppia Merkel-Sarkozy, a cui basta una nota di S&P per perdere completamente l’orientamento.

Di là da questi richiami suggestivi, siamo di fronte al crollo più rovinoso delle democrazie storiche e al crescente dominio della finanza e del capitale industriale, oggi impegnato nella speculazione, a dispetto della sovranità popolare costituzionalmente ribadita ma materialmente bloccata. In verità è in atto il più profondo mutamento nel sistema di potere a livello globale. In uno studio del settembre scorso, un gruppo di matematici del Politecnico federale di Zurigo rivela empiricamente la rete capitalista che domina il mondo. Partendo da una base di dati di 37 milioni di imprese e investitori, vengono identificate 43.060 grandi imprese transnazionali che praticamente controllano l’universo sottostante dei 37 milioni. Raffinando ancora di più i dati, il modello finale ha rivelato un nucleo centrale di 1.318 grandi imprese con 20 connessioni con altre imprese e con un potere economico che, sebbene concentri solo il 20% dei redditi globali di vendita, detiene la maggioranza delle azioni delle principali imprese del mondo, le cosiddette blue chips, detentrici del 40% della ricchezza mondiale.

L’analisi si è spinta oltre, focalizzandosi per la prima volta non sui singoli fatturati, ma sul valore aggregato delle partecipazioni azionarie intrecciate di singoli capifila. Si è così penetrati anche nelle zone dei cosiddetti “trust”, ammessi dal diritto anglosassone, che consentono di nascondere capitali anonimi. Ci si riduce così alla fine a 147 imprese intimamente interconnesse, di cui la maggioranza sono banche (enumeriamo qualche caso a tutti noto tra le prime 50 banche oltreoceano: JP Morgan Chase & Co, Merrill Lynch, Goldman Sachs, Bank of America; e le banche europee: Ubs , Deutsche Bank, Credit Suisse, Unicredito Italiano, Bnp Paribas), assicurazioni (Allianz Lloyds), multinazionali dell’acqua e del petrolio (Société Générale des Eaux, China Petrochemical Group), fino a poche finanziarie industriali dei trasporti, del nucleare e dell’elettronica (Mitsubishi Ufk Financial Group Inc, Dodge & Cox).

Dice niente questa mappa di “piovre” che detengono un potere sproporzionalmente elevato sull’economia globale? Che indirizzano lo spostamento di enormi riserve pubbliche statali alle banche e agli armamenti? Che sostengono la decadenza dello stato sociale pubblico a favore dei sistemi assicurativi, la privatizzazione dell’acqua e il rilancio del binomio auto-petrolio contro le rinnovabili e la mobilità sostenibile? Come il mondo ha visto durante la crisi del 2008, queste reti sono molto instabili: basta che un nodo abbia un problema serio che questo si propaga automaticamente a tutta la rete, trascinando con sé l’economia mondiale. Si tratta comunque di reti ad alta conservazione e con relazioni e punti di comando affidati a tecnici e manager che costituiscono un olimpo internazionale e che agiscono fuori dall’interesse generale e non sono sottoposti ad alcun controllo democratico. Sulla tolda delle nostre corazzate in lotta di sopravvivenza, stanno salendo queste figure con un sostanziale accordo di fondo, ma con gli elicotteri già a loro disposizione se ci fossero naufragi.