Scandalo! La Mercedes Benz, marchio di lusso per antonomasia, ha utilizzato l’immagine del Che Guevara – “el guerrillero heroico”, secondo la mitologia castrista – nel corso d’una iniziativa promozionale organizzata in quel di Las Vegas, città che della morale capitalista è, per molti aspetti, il più fedele e rilucente specchio. Ma a stracciarsi le vesti in pubblico, non sono stati, in quest’occasione, i rivoluzionari di tutto il mondo, in grande maggioranza ormai mitridatizzati di fronte all’uso della propria icona come marchio commerciale (e anzi, da tempo, essi stessi più che desiderosi – come può testimoniare chiunque abbia visitato un qualsivoglia negozio per turisti a Cuba – d’abbandonarsi a un analoga pratica). No. A gridare allo scandalo sono stavolta – e non è la prima volta – i cubani dell’esilio. O, per meglio dire, quella specifica parte dell’esilio che (numericamente minoritaria, ma ancora, per molti aspetti, politicamente egemone) va sotto il nome di “linea dura” (dura, vien da dire, soprattutto di comprendonio). Il Che Guevara – questo il senso ultimo d’una protesta che, in un fiorire di minacce di perenne boicottaggio del marchio, non ha esitato ad avanzare paragoni con Adolf Hitler e con Iosif Vissarionovich Dzhugashvili, detto Stalin – altro non è che un assassino. Ed è – di fronte agli eredi delle sue molte vittime – inammissibile che una compagnia automobilistica utilizzi la sua immagine per farsi pubblicità…

In realtà la Mercedes – che, in un eccesso di zelo, già si è affrettata a scusarsi per quella che, a torto, oggi considera una gaffe – l’immagine del Che l’aveva usata, non per fare pubblicità alle proprie auto (difficilmente associabili al Che), bensì nel quadro d’una rara e, tutto sommato, meritoria campagna a favore del cosiddetto “car pooling”. Ovvero: dell’uso in comune d’una sola auto per ridurre le spese energetiche ed il volume di traffico nelle ore di punta. Il “car pooling” – questo era il senso del messaggio – viene di norma considerata, negli Usa, una “pratica comunista”. E se davvero così è, allora “viva la revolución!”. Sullo sfondo, una gigantografia della più classica delle immagini del Che, con basco nero e stella. Non quella rossa della tradizione comunista, per una volta, ma quella a tre punte della Mercedes…

Accolta con un benevolo sorriso a Las Vegas (e presumibilmente in tutto il resto del mondo), la cosa ha suscitato una tempesta a Miami. E assai interessante è notare come, tra le molte voci levatesi contro l’esibizione dell’immagine dell’“assassino” Che Guevara, vi fosse quella di Felix Rodríguez. Vale a dire: dell’esiliato cubano divenuto agente della Cia che il Che ha assassinato (o fatto assassinare) a sangue freddo, dopo la sua cattura in Bolivia. Dietro di lui – in urlante coro – molti dei dirigenti politici che, in questi anni, hanno difeso ed esaltato come “eroi” personaggi della statura di Orlando Bosh e Luís Posada Carriles, responsabili di atti di terrorismo che, in diverse circostanze, hanno (a Cuba o altrove) assassinato decine di civili…

Chi è, dunque, in questa storia di rivoluzioni, controrivoluzioni e automobili di lusso il vero assassino? In che direzione deve andare l’indignazione? Io credo che – se proprio indignazione deve essere – questa debba andare in direzione della stupidità e dell’ipocrisia, due virtù che la “linea dura” di Miami da oltre mezzo secolo espone con inusitata generosità. E che, con inusitata generosità, è oggi forse l’ultimo vero (seppur assolutamente involontario) supporto di quel che resta del castrismo.

Gli esiliati cubani hanno, ovviamente, almeno in parte ragione. Ernesto Che Guevara fu un rivoluzionario radicale. E fu, come tale – basta leggere i suoi scritti – profondamente convinto che la violenza fosse un indispensabile strumento del cambiamento. Il Che credeva nella pena di morte e la applicò senza riserve – non solo contro gli aguzzini del regime batistiano – dopo il trionfo della rivoluzione. Tutto questo è parte della storia e merita, indubbiamente, d’essere rivisitato e giudicato, soprattutto alla luce dei successivi sviluppi del processo rivoluzionario. Ma per farlo nel modo giusto occorre partire dal punto giusto. Dall’immagine oltre l’immagine.

Il ritratto dell’“eroico guerrigliero” che la Mercedes ha utilizzato è, naturalmente, il più famoso ed abusato. Quello – che per primo commercializzato dal nostro Feltrinelli – venne estratto da una fotografia scattata da Alberto Korda. Quando e dove fu scattata quella fotografia? Porto dell’Avana, 4 marzo 1960, primo pomeriggio. Poco dopo le tre, La Coubre, una nave belga che trasportava armi e munizioni era saltata per aria – sicuramente per un attentato della Cia, il primo d’una lunga serie – uccidendo almeno un’ottantina di persone e ferendone centinaia. Il Che era stato trai primi ad accorrere sul luogo. E non credo che, in quelle circostanze, fosse lui l’assassino…

Morale della favola? Forse nessuno. O uno soltanto: forse è giunto il tempo di lasciare, per sempre, l’icona del Che alla Mercedes, o a chiunque la ritenga utile per le sue campagne pubblicitarie.  Ed è anche giunto, anzi, è soprattutto giunto il tempo – messi finalmente da parte demoni e santini – di riaprire il libro di storia. Per capire. E, se Dio vuole, per voltare pagina…