Il 16 dicembre l’Istat ci informa che gli studenti iscritti alla nostra scuola sono 8.968.063. Numero in costante aumento, per via dello spostamento in Italia di migranti. Un dato da tener presente, coniugandolo da una parte con i risultati delle manovre economiche degli ultimi anni – che hanno abbattuto costi ma anche investimenti sulla scuola, oltre a innalzare il rapporto tra alunni e docenti nelle classi – e dall’altra con la mancanza di una formazione diffusa e approfondita per il personale.

Accogliere quei ragazzi vuol dire creare anche per loro le condizioni di spendere la propria cittadinanza consapevolmente, una volta usciti da una scuola che li abbia integrati in un ambiente davvero interculturale. Vuol dire gettare le basi affinché l’Italia divenga un Paese più civile, coeso, in cui la convivenza democratica non sia tolleranza e tanto meno omologazione. Scommettere su questa opportunità è l’investimento per il futuro. D’altro canto, che la scuola italiana soffra di problemi profondi e trascurati da tempo lo dimostra la varietà di interventi e di priorità stabilite da Profumo in un solo mese di mandato. Aspettando che il ministro ci informi – nella logica di rendicontazione e trasparenza che tanto gli sta a cuore – delle conseguenze della ‘riforma’ Gelmini: livello degli apprendimenti degli studenti, professionalità dei docenti, efficacia ed efficienza dei risultati, apprezziamo che sia stata resa pubblica la banca-dati del MIUR (La scuola in cifre), oscurata per tre anni da chi l’ha preceduto e dai suoi strateghi della comunicazione.

Profumo è intervenuto a più riprese – non ultimo il Forum di Repubblica – a definire la propria linea di intervento. Idee precise, un ‘progetto’ che entra nel merito della scuola e che conforta, dopo anni di orientamento a senso unico: tagliare. A cominciare dalla gestione di un miliardo e trecento milioni di fondi europei per le scuole del Sud. Annunciando la prossima pubblicazione della sempre promessa e mai realizzata Anagrafe dell’Edilizia Scolastica, il ministro ha insistito sulla necessità di riqualificare almeno 1.620 edifici bisognosi di interventi (il 54 % di quelli nella lista nera). Oltre il 60 % degli edifici è stato costruito prima del 1974, il 36,5 % necessita di manutenzione urgente, un misero 10 % è costruito con criteri antisismici e solo il 54 % possiede il certificato di agibilità. Si tratta senza dubbio di una priorità assoluta: la sicurezza di studenti e lavoratori. Poi innovazione e scuola 2.0: classi digitali e banda larga negli istituti, con incremento delle Lavagne Interattive Multimediali. Matematica e laboratori di scienze, materie nelle quali gli studenti italiani si rivelano deboli anche nei risultati dei test internazionali.

È vero, come dice il ministro, che dal punto di vista tecnologico la scuola nel nostro Paese è rimasta vecchia di un secolo. Ma considerare prioritaria questa arretratezza rischia di essere un’opzione ottimistica e velleitaria, che poco tiene conto di altri gap, ben più drammatici. Gli esempi virtuosi di alcune scuole italiane non possono far dimenticare le condizioni generali della maggior parte degli istituti, che – come gli apprendimenti di lingua italiana e di letto-scrittura a loro volta testati in Europa – sono ridotte ai minimi termini. Ha senso occuparsi di ottimizzare condizioni già positive e trascurare l’ordinaria amministrazione, la quotidianità che regge la crisi solo grazie alla buona volontà di molti operatori della scuola? “La scuola tagliata” di Iacona, solo nel 2010, attirò per qualche giorno l’attenzione sulle condizioni di tante realtà. Tutto dimenticato. Eppure quelle scuole sono là, rimaste come furono riprese.

La valutazione, altra significativa priorità del ministro, svincolata da criteri di premialità arbitraria e invece legata alla definizione di interventi costruttivi di miglioramento, deve diventare cultura della scuola. Ma di una scuola messa tutta nelle condizioni di essere valutata, dal Friuli alla Calabria: sradicando abitudini negative, dissuadendo comportamenti non professionali, e quindi creando condizioni di autentica omogeneità del sistema. Largo ai giovani e nuovi concorsi: siamo tutti d’accordo. Ma ancora non si capisce quale relazione vi sia tra gli 80 mila posti tagliati negli ultimi tre anni, l’aumento degli alunni per classe, i pensionamenti posticipati e la preventivata ondata di selezioni pubbliche. Insomma, pur non volendo cavalcare il disfattismo di professione e avendo – reduci dai fasti gelminiani – la certezza che “cchiù nero d’a notte nun po’ venì”, la sequenza di annunci degli ultimi giorni lascia un po’ disorientati.

Il Fatto Quotidiano, 29 Dicembre 2011