Secondo lo storico britannico David Gilmour, i problemi del nostro paese vanno ben oltre la crisi attuale dato che «le radici del suo declino affondano nella fragilità dell’identità nazionale» (da Internazionale attualmente in edicola). C’è del vero in queste parole e nella successiva analisi, ma questa termina auspicando uno Stato federale, soluzione per la verità da un lato generica e dall’altro estremamente difettosa. Forse Gilmour dovrebbe studiare meglio alcuni periodi della nostra storia. In particolare gli suggerirei di soffermarsi sulla Resistenza e il secondo dopoguerra, nella quale fu varata una Costituzione fra quelle all’epoca più avanzate e che per molto tempo ha costituito e costituisce tuttora per certi aspetti un modello a livello internazionale. Il patto antifascista fu rotto dalla Democrazia cristiana, in omaggio alla frattura fra i blocchi. Il resto della storia lo conosciamo.

Le parole hanno una loro storia, a volte strana e paradossale. Quella di federalismo, ad esempio, proposta da teorici di alto livello come Altiero Spinelli o Silvio Trentin, ha finito per alimentare la politica di basso livello della Lega Nord, permeata di pulsioni razziste e secessioniste, ma anche per fornire la base di una riforma costituzionale arraffazzonata e pasticciona, opera del centro-sinistra subalterno, ancora una volta, a logiche altrui, scelta di cui, come di altre, pagò un prezzo elettorale consistente.

Oggi, che ci troviamo di fronte a una crisi spaventosa, è giusto fare appello alla costruzione di un’identità nazionale, ma anche europea e planetaria, che sia all’altezza dei tempi e delle sfide. Penso che le comunità locali, il cui ruolo è stato riconosciuto da tempo da parte dell’ordinamento internazionale, costituiscano in questo senso una riserva di risorse fondamentali, specie di fronte alla crisi dello Stato e della Repubblica, depauperati da vent’anni di berlusconismo selvaggio.

Qualche tempo fa mi occupai del caso di una giovane madre immigrata, con due figli piccoli, che stava per essere espulsa da una casa-famiglia del Comune di Roma. Defatiganti incontri con assistenti sociali, funzionari del Comune, perfino enti religiosi. Nessuna soluzione concreta. Alla fine decidemmo di rivolgerci al Comitato di lotta per la casa, che trovò una soluzione, e da vari anni questa ragazza con i suoi due figli, uno dei quali in precarie condizioni di salute, trovò una casa in un’occupazione. La prestazione di servizi pubblici e la valorizzazione dei beni comuni passano oggi per la strada della lotta e dell’iniziativa del basso. Autogestire i servizi, le fabbriche (interessanti le esperienze che avvengono ad esempio in Argentina, cui ho accennato nel mio ultimo post). Lottare per il lavoro, sulla base dell’organizzazione di precari e disoccupati. Rifondare tutte le funzioni pubbliche, dall’imposizione fiscale (qualcosa in questo senso sta facendo ad esempio la giunta Pisapia), alla sicurezza, sulla base della partecipazione popolare. Decidere democraticamente la sorte del territorio e difenderlo da opere costose e inutili e dalla devastazione e cementificazione ad esclusivo profitto della speculazione privata, come fanno fra gli altri i comitati no-tav e quelli no-pup. Fondamentale, per la costruzione di questa nuova identità, è l’apporto degli  immigrati, che devono diventare al più presto cittadini a tutti gli effetti, rinnovando la nostra comunità nazionale e costituendo al tempo stesso legami profondi con molte altre situazioni sparse per il pianeta.

L’avvenire dell’Italia, ma di tutti i Paesi del mondo, è nella costruzione di momenti, collegati fra di loro in rete, di sovranità popolare, in diretta opposizione alle varie caste, centrali, regionali e locali,  e al dominio del capitale finanziario. Come scrive Alberto Burgio su Il Manifesto del 24 dicembre, non ci sono solo i politici, ma anche i dirigenti ed amministratori delle aziende pubbliche e private che vanno messi in condizioni di non nuocere e i cui favolosi compensi vanno nettamente ridimensionati. Non abbiamo bisogno di manager superpagati che fanno disastri e vengono compensati con liquidazioni da milioni di euro. Mandiamoli tutti in qualche isola, l’isola degli ex famosi.

Un programmino non da poco, non c’è che dire. Ma l’unico che valga la pena oggi di portare avanti per salvare l’Italia e il mondo. Buon Natale a chi lotta, a chi non si rassegna e anche ai servi sciocchi nella speranza che, diventando meno sciocchi, divengano anche meno servi.