L’annuncio non è ancora ufficiale, ma dai microfoni di Alma Radio, Gianluca Farinelli, il direttore della nuova e contestata “fondazione” Cineteca, svela come durante la prossima estate potremmo vedere, in piazza Maggiore a Bologna, la versione uncut e restaurata di C’era una volta in America.

Ultimo film girato da Sergio Leone nel 1984, dopo una lunga e faticosa gestazione, settimo titolo di una carriera contrassegnata dagli spaghetti western prima (il trittico con Clint Eastwood) e da una personalissima visione del declino del genere poi (C’era una volta il west, Giù la testa).

“Un film, come tutti quelli girati dal regista romano, dalla vita e dal percorso produttivo complicato”, spiega Farinelli nell’intervista che andrà in onda integralmente oggi pomeriggio alle 16 su Alma Radio, “Leone ci lavorò per dieci anni e scrisse un film di quattro ore e mezzo e lo girò di quattro ore e mezzo. Poi il produttore Arnon Milchan lo ridusse sulle due ore e mezzo (per il mercato statunitense, ndr) e successivamente arrivò anche una versione firmata ufficialmente da Leone di tre ore e quaranta. Ma la versione da due ore e mezza ha perso ogni magia, è una puttanata”.

Tratto dal romanzo Mano Armata di Harry Grey, l’ultimo film di Leone, come scrive il decano dei critici Morando Morandini, “ha la struttura di un labirinto di Borges”. E forse anche per questa incantevole e ulteriormente personale urgenza espressiva che il film si fregiò dell’alone del mito, ma non ebbe grande successo di pubblico a fronte di un budget di oltre 30 milioni di dollari.

“La famiglia ha ritrovato le parti girate e che Leone aveva montato, quindi stiamo cercando di rimontarli”, prosegue Farinelli, “Abbiamo anche fatto riapparire nel film un’attrice che nei titoli di testa appariva, ma poi per via dei tagli era scomparsa”.

Mezzo secolo di storia americana (dagli anni venti al ’68) raccontato da un italiano: “Un film di morte, iniquità, violenza, piombo, sangue, paura, amicizia virile”, ha scritto Morandini, con un Robert De Niro immerso nelle fumerie di oppio, James Woods e Joe Pesci a far da spalla e un’altrettanto memorabile e violentissima scena di stupro con vittima la protagonista Elizabeth McGovern.

Infine, sempre durante l’intervista di Alma Radio, Farinelli ritorna sul tema della fondazione: “Dal primo gennaio saremmo Fondazione. Un traguardo lungamente perseguito da anni. Sia io come direttore, il cda e il presidente abbiamo sempre sostenuto la necessità di cambiare vestito. Non saremo diversi da come ci avete conosciuto. Se non ci fossimo trasformati avremmo perso il laboratorio di restauro”.

E anche se l’annosa questione della privatizzazione del laboratorio de L’Immagine ritrovata (diventata società in house della fondazione, da in house per il Comune come era) ha suscitato un vespaio di polemiche in quanto per molti dipendenti il passaggio non sarebbe stato giuridicamente necessario, sarebbe giusto chiedere al presidente Giuseppe Bertolucci, citato da Farinelli, dell’urgenza del “cambiamento di vestito” visto che non più di un anno fa, proprio dalle pagine del libro da lui scritto Cose da dire (Bompiani, 2011), sembrava di tutt’altro avviso.

Riportiamo il virgolettato dal volume: “Proprio facendo riferimento alla vita e al lavoro della Cineteca nel corso degli ultimi dieci anni, ho intravisto alcuni nodi “strategici” di una battaglia culturale – o forse di una missione impossibile […]. Prima di tutto la dimensione pubblica come modalità alternativa al trend dominante di una privatizzazione selvaggia degli ambiti e delle dinamiche culturali, che, abbandonata a se stessa, rischia di introdurre e imporre logiche e compatibilità di mercato anche nelle grotte degli eremiti o nelle estasi dei mistici”.

“La mia piccola, limitata, ma significativa esperienza – prosegue Bertolucci – mi conferma nella convinzione che, in questa fase storica, un soggetto pubblico (e la Cineteca di Bologna lo è al cento per cento) può – smentendo ogni pregiudizio – raggiungere gradi di efficienza, di eccellenza e di autonomia impensabili in una qualsiasi struttura privata. Proprio perché il soggetto pubblico, per vocazione e per definizione, trae origine e si dedica al bene comune e non all’interesse particolare di un gruppo, ha logiche di servizio e non di profitto”.

di Davide Turrini e Giulia Zaccariello