Toh! Ci sono Paesi dove l’Europa torna a essere argomento di dibattito politico, magari in chiave di alleanze di governo oppure elettorale. A cominciare dai due Paesi agli antipodi nel Vertice europeo di Bruxelles dell’8 e 9 dicembre: la Gran Bretagna e la Francia. Nel primo, rimasto isolato col suo ‘no’ al Patto di Bilancio, il dibattito è interno alla coalizione di governo. Nel secondo, che insieme alla Germania ha innescato l’intesa a 26, il dibattito entra nella campagna per le presidenziali della prossima primavera. E in Italia? Mi chiedo se, quando si tornerà a votare, ci sarà fra i partiti un confronto sull’Europa. Intanto, vediamo quel che accade altrove.

Gran Bretagna. A Londra, il premier conservatore David Cameron ha l’appoggio del 62% dei suoi cittadini, ma si attira critiche dall’alleato di governo Nick Clegg, vice-premier, liberal-democratico, e suscita remore nel cancelliere dello scacchiere del suo partito, John Osborne. Clegg, in un’intervista all’Independent, spara a zero sulla posizione isolata di Cameron al vertice europeo: parla di un “fallimento spettacolare”, d’una “cattiva decisione” che lo ha “amaramente deluso”. Clegg l’ ‘europeista’ non arriva però a minacciare la rottura della coalizione perché – dice – “il collasso de governo sarebbe un disastro per l’economia”: chiede però che Londra “riannodi i fili” del negoziato europeo, perché “fuori dall’Europa la Gran Bretagna sarebbe un pigmeo”.

La replica del ministro degli esteri William Hague nega l’evidenza (“Non siamo marginali”), ma rimanda pure le critiche al mittente (“I lib-dem sapevano”, cioè Clegg, se voleva, poteva parlare prima). Timori, però, ce ne sono: quelli della City li esprime alla Bbc il cancelliere dello scacchiere Osborne, pur sostenendo che il no di Londra protegge gli interessi finanziari britannici. Osborne puntualizza che le regole sul mercato unico europeo, anche quelle finanziarie, devono essere discusse e decise da tutti i 27 Paesi Ue: la preoccupazione evidentemente è quella di una fuga in avanti dei partner che lasci la borsa di Londra costretta ad adeguarsi a norme decise altrove. E mentre il governo britannico trova una linea comune su un “rapporto costruttivo” con l’Unione europea, il responsabile dell’economia della Commissione europea Olli Rehn ricorda che il no di Londra venerdì “non esenta la City dal rispetto delle regole”.

Francia. A Parigi, invece, i due probabili protagonisti della sfida presidenziale, Nicolas Sarkozy, ex gollista, conservatore e un po’ populista, alla ricerca di un secondo mandato, e François Hollande, socialista, che mira a scalzarlo, tengono concioni europee ai loro elettori per interviste contrapposte. Hollande annuncia alla radio che, se sarà eletto, intende “rinegoziare” l’accordo sul Patto di Bilancio appena tratteggiato, “aggiungendovi ciò che vi manca”, cioè, magari, un capitolo solidarietà, sotto forma di “libertà d’intervento sui mercati della Bce, varo degli eurobond e creazione di un fondo di soccorso finanziario”, sperando – aggiunge velenosamente – che “a quel punto non ci avranno declassato”. E Hollande propina una ovvietà spesso taciuta: si possono approvare tutte le regole d’oro sulla parità di bilancio, ma, se non ci sarà crescita, nessuna regola potrà essere rispettata e nessun obiettivo di risanamento e rilancio potrà essere raggiunto.

La replica di Sarkozy arriva via Le Monde: lui, e la Merkel, sono i demiurghi di “un’altra Europa, quella dell’euro”, che, a dire il vero, uno poteva pure pensare fosse già nata una decina d’anni or sono; l’accordo sul Patto di Bilancio “crea le condizioni per uscire dalla crisi”, ma il rischio di “un’esplosione” dell’Ue e dell’euro, già evocato giovedì dal presidente francese, “non è del tutto scartato”; e fin quando la rottura con Londra resta, l’Europa “viaggia a due velocità”. Quanto alla perdita della tripla A da parte della Francia, essa – dovesse mai esserci – “non sarebbe insormontabile”. Meglio mettere le mani avanti, se no poi Hollande t’accusa di avere fatto lo struzzo.