Nella riforma delle pensioni del ministro Elsa Fornero c’è un paradosso: per risparmiare sugli assegni previdenziali lo Stato tiene al lavoro uomini e donne fino a 66 anni (e un domani fino a 70) anche se le imprese non sanno che farsene di dipendenti a fine carriera, costosi e magari demotivati perché costretti a rimanere controvoglia in azienda. Per dirla più esplicita: le aziende vogliono liberarsi dei lavoratori over 60, finora non potendoli licenziare cercavano di pre-pensionarli (come è successo in massa nei giornali). Ma ora lo Stato non se li vuole più accollare. Con il quadro di regole attuali si arriverebbe a uno stallo.
“Cambiare le pensioni è relativamente facile, mentre fare in modo che tutto si tenga in un’economia e una società che cambiano, è più difficile”, ha detto due giorni fa alla Camera il ministro Fornero. Infatti la riforma delle pensioni prevede un secondo round – nel mercato del lavoro – i cui effetti non sono stati ancora affrontati nel dibattito pubblico.

Il tema, senza perifrasi, è questo: decidere se i lavoratori over 60 devono rassegnarsi, oltre a rimandare la pensione, a guadagnare meno, a trovarsi disoccupati o a diventare precari. Lo dimostra la promessa freddamente tecnica della Fornero di intervenire sulla “curva retributiva”. La situazione è stata riassunta da Mario Draghi in una lezione del 2007: in Italia e Francia le retribuzioni crescono in modo lineare, a metà carriera si guadagna più che all’inizio e alla fine più che a metà. In Germania e Gran Bretagna, invece, la curva degli stipendi ha la forma di una U rovesciata: si guadagna poco all’inizio, molto all’apice della carriera, meno alla fine. Per dirla con le parole di Draghi, tra i lavoratori tedeschi e inglesi “le retribuzioni raggiungono un apice in corrispondenza delle età più produttive, calano negli anni successivi”. Dettaglio non irrilevante: stando a dati un po ’ vecchi, 2001-2002, in Italia le retribuzioni mensili nette sono in media inferiori del 20 per cento a quelle tedesche, del 20 a quelle britanniche e del 25 a quelle francesi. Guardando la curva, un lavoratore tedesco a fine carriera guadagna circa come un italiano all’apice.

Ma dopo la riforma delle pensioni, le cose sono destinate a cambiare. Ed è già chiaro che l’obiettivo del governo è ottenere una curva a U rovesciata anche in Italia. Lo dice, a modo suo, anche la Fornero, sempre durante l’audizione alla Camera: “Ci sono rigidità per cui la retribuzione cresce sempre ma non la produttività. Una crescita per la quale i lavoratori anziani finiscono con il costare troppo a fronte di una produttività discendente e dunque con l’essere spinti fuori”. Il governo si pone quindi l’obiettivo di “correggere questo meccanismo e prevedere la possibilità di impiegare i lavoratori anziani senza espellerli dal ciclo produttivo”. Anche perché, con un sistema tutto contributivo, perdere il lavoro a fine carriera significa rinunciare a contributi molto pesanti (visto che sono in percentuale su una retribuzione alta) e quindi ritrovarsi poi con una pensione misera. L’intento del governo, tutelare i lavoratori anziani, è lodevole. Ma nella sua traduzione politica rischia di violare parecchi tabù con novità finora inconcepibili. Primo: che al progresso della carriera possa corrispondere un calo nelle stipendio. Secondo: che anche gli over 60 debbano conoscere una flessibilità, se non un precariato, simile a quello dei giovani che entrano nel mercato del lavoro. Terzo: che si debbano immaginare mansioni diverse per fasce d’età, con un ruolo tutto da inventare per i lavoratori d’esperienza.

Un’Italia in cui metalmeccanici restano alla catena di montaggio fino a 70 anni, i giornalisti ammuffiscono inchiodati alla scrivania, i professori alla cattedra, i postini al motorino e così via, non è interesse di nessuno. E neppure lo scenario in cui, magari dopo una revisione dell’articolo 18 che renda più facili i licenziamenti, ci siano migliaia di over 60 senza reddito per anni in attesa di una pensione da fame. La soluzione mediana che la Fornero lascia intravedere è quella di un sistema in cui i lavoratori a fine carriera si occupano di formazione dei giovani, di consulenza, o comunque svolgono mansioni in cui la produttività declinante può essere compensata dall’esperienza. Ma si tratta di compiti da svolgere magari part time, sicuramente con uno stipendio ridotto rispetto a quello dei lavoratori più giovani (e forse con meno contributi, vero punto dolente che potrebbe richiedere un intervento pubblico). Chissà, a molti 65 enni con nipotini magari non dispiacerebbe lo scambio: meno denaro ma più tempo libero. Comunque sia, anche se nessuno se ne è ancora accorto, il modo in cui stanno cambiando le pensioni costringerà il mondo del lavoro e quindi la società tutta a trasformazioni profonde che richiederanno un grande talento politico e capacità di visione. O i sacrifici dolorosi di oggi saranno niente rispetto a quelli del futuro.

Il Fatto Quotidiano, 8 dicembre 2011