Il Governo Monti ha di fronte a sé una missione quasi impossibile. Il primo passo dovrebbe essere tagliare i costi della politica adeguando gli stipendi dei parlamentari a quelli dei colleghi europei. Basterebbe tagliare i vitalizi (ancora basati sul sistema retributivo) e le varie indennità di cui godono i nostri rappresentanti che pesano per quasi due terzi sul loro compenso totale. Un intervento di questo tipo darebbe un forte segnale di discontinuità sullo stile di questo governo. Con il consenso popolare ottenuto sarebbe più facile poi chiedere sacrifici a tutti gli italiani.
di Tito Boeri* e Massimo Bordignon**, Lavoce.info

A detta dello stesso Presidente del Consiglio, il governo Monti ha di fronte a sé quasi una missione impossibile; ma le missioni impossibili si possono fare in situazioni eccezionali e con un grande consenso popolare. Che la situazione sia eccezionale, con i mercati azionari in caduta libera e la frantumazione in atto dell’area euro – per colpe a questo punto non solo nostre, ma anche di una politica europea che è perfino difficile definire, tanto appare di sotto a quanto sarebbe necessario – è innegabile. Che il consenso popolare anche sia al momento molto ampio è confermato da tutti i sondaggi; solo che questo rischia di evaporare rapidamente se il governo Monti non prenderà le decisioni giuste e con le necessarie priorità. Il governo non può dunque permettersi di commettere errori; e un mezzo errore è sicuramente stato che l’unico provvedimento varato nella prima riunione del Consiglio dei Ministri sia stato il decreto per Roma capitale –un provvedimento di spesa che esclude il Comune di Roma dai vincoli del patto di stabilità interno e aumenta il numero di consiglieri comunali. Qualunque fosse l’urgenza di questo provvedimento, non poteva essere l’unico del primo Consiglio dei Ministri. Il prossimo, in programma domani, deve dare un segnale ben diverso.

I costi della politica

La condizione necessaria perché le riforme e gli indispensabili sacrifici siano accettabili dalla popolazione è che questi siano fatti avendo un chiaro obiettivo in mente e senza dare l’impressione che si voglia penalizzare qualche ceto o gruppo sociale, risparmiando invece qualcun altro. E tra i diversi ceti che non devono essere risparmiati al primo posto ci sta sicuramente la nostra classe politica, responsabile principale – anche senza voler fare di tutta un’erba un fascio,  e senza confondere le responsabilità di chi è stato a governo con quelle di chi è stato all’opposizione – della gravissima crisi in cui ci troviamo.
Come noto e ampiamente documentato su questo sito, i costi della politica in Italia sono esorbitanti, per la moltiplicazione degli enti rappresentativi e la presenza di un sottobosco esteso che di rapporti con la politica vive; lo stipendio medio dei parlamentari italiani è quasi il triplo di quanto dovrebbe essere sulla base di ragionevoli confronti europei (Link a Pelegatti); i parlamentari italiani godono di benefici ignoti ai rappresentanti popolari di altri paesi, quali non solo una retribuzione particolarmente elevata, ma ampi sussidi (non tassabili), formalmente definiti come rimborsi ma attribuiti senza alcun giustificativo, che da soli rappresentano un cospicuo extra stipendio. Infine, mentre i lavoratori con meno di 53 anni sono già passati al sistema contributivo da 15 anni e si progetta di accelerare il passaggio al sistema contributivo anche per le coorti più anziane, i vitalizi dei nostri parlamentari continuano felicemente a essere costruiti sulla base di un generosissimo sistema retributivo.

Le indennità dei parlamentari

C’è dunque ampio spazio per un intervento. E non vale l’argomento che le assemblee rappresentative sono sovrane nel determinare i propri compensi e i propri privilegi; è comunque il governo che ne propone l’appannaggio complessivo nelle leggi di bilancio in cui fissa le allocazioni per Camera e Senato. La sola componente della remunerazione dei Parlamentari fissata per legge (in base all’art. 69 della Costituzione) è l’indennità dei parlamentari. Questa è oggi fissata per i deputati in 8965 euro lordi, al netto della quota contributiva per l’assegno vitalizio (€ 1.006,51) e delle ritenute, e in circa 9500 euro lordi per i senatori. Al netto delle tasse, le indennità consistono in circa 5247 euro per i deputati e 5613 per i senatori.  In aggiunta a questa indennità i deputati ricevono come trasferimenti netti la diaria (3503 euro), e una serie di emolumenti forfettari che in teoria servono per il rimborso di alcune spese, quali il mantenimento del rapporto con gli elettori (3690 euro), le spese di viaggio (3995 euro al trimestre per chi risiede a più di 100 Km di distanza) e telefoniche (circa 300 euro al mese) per un totale di 8783 euro al mese; per i senatori il totale di questi “rimborsi” è di 9330 euro al mese. Si tratta di trasferimenti netti, su cui non vengono versate tasse o contributi, attribuiti a titolo di forfait, senza che venga richiesto di esibire alcuna ricevuta. Quando sommati all’indennità dei parlamentari, portano il compenso netto mensile al di sopra dei 14.000 euro. Si noti che la componente accessoria delle retribuzione vale a quasi due terzi del totale e non è associata ad alcuna entrata per le casse dello Stato.

Una nuova legge non serve

Basterebbe tagliare questa componente accessoria della retribuzione per avvicinarsi in modo sensibile ad una condizione di parità con politici in altri paesi europei. E questo può essere fatto semplicemente decurtando il bilancio della Camera e del Senato (1). Moltiplicando le cifre di cui sopra per il numero di deputati e senatori si raggiunge la cifra di circa 100 milioni all’anno. Quindi una semplice variazione di bilancio, che riduca l’allocazione complessiva di Camera e Senato per quella cifra, attualmente pari a 993 milioni per la Camera e a 560 milioni per il Senato, obbligherebbe le due Camere a tagliare drasticamente le componenti accessorie della retribuzione. Ad esempio, gli uffici di presidenza di Camera e Senato potrebbero decidere che i rimborsi vengano concessi solo a fronte di ricevute di spese effettivamente sostenute o che i collaboratori dei politici vengano pagati direttamente dalle due Camere e non dagli stessi parlamentari –il che permetterebbe tra l’altro di regolarizzare la loro posizione contributiva (ahinoi, a proposito di illegalità diffusa, molti parlamentari hanno collaboratori che lavorano in nero).
In altre parole, si raggiungerebbe l’obiettivo di ridurre da subito in modo significativo i compensi dei parlamentari senza la necessità di dover varare alcuna nuova legge. Interventi futuri, pur necessari, potrebbero essere affrontati in seguito con la normale attività legislativa. Certo, sta sempre al Parlamento rifiutare o respingere la variazione di bilancio, ma bisogna vedere chi, nel contesto emergenziale in cui ci troviamo, avrebbe il coraggio di opporsi ad un intervento che potrebbe da subito consentire di risparmiare risorse e ridurre il debito pubblico.
Insomma, è davvero importante partire con il piede giusto. E partire subito. Siamo convinti che un intervento di questo tipo darebbe un forte segnale di discontinuità agli italiani sullo stile di questo governo e li renderebbe assai più disponibili ad accettare i sacrifici necessari.

(1) Si osservi che i Presidenti di Camera e Senato, pur nella situazione di estrema difficoltà del Paese, hanno, come denunciato da Sergio Rizzo e Gianantonio Stella (LINK), finora chiesto al Tesoro di mantenere invariato il proprio appannaggio per il prossimo triennio. E si osservi anche, a titolo di confronto, che la Camera inglese, pur con un numero di deputati maggiore (650), ha un appannaggio che è circa la metà di quello della nostra Camera.

* Tito Boeri: Ph.D. in Economia alla New York University, per 10 anni è stato senior economist all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, poi consulente del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, della Commissione Europea e dell’Ufficio Internazionale del Lavoro. Oggi è professore ordinario all’Economia Bocconi, dove ha progettato e diretto il primo corso di laurea interamente in lingua inglese. E’ Direttore della Fondazione Rodolfo Debenedetti, responsabile scientifico del festival dell’economia di Trento e collabora con La Repubblica. I suoi saggi e articoli possono essere letti su www.igier.uni-bocconi.it.

** Massimo Bordignon si è laureato in Filosofia a Firenze e ha svolto studi di economia nel Regno Unito (MA, Essex; PhD, Warwick). Si occupa prevalentemente di temi di economia pubblica. Ha insegnato nelle Università di Birmingham, Bergamo, Brescia, Venezia e all’Universita Cattolica di Milano. Attualmente è professore ordinario di Scienza delle Finanze presso quest’ultima Università, dove dirige anche l’Istituto di Economia e Finanza e la Doctoral School in Public Economics. Ha svolto e svolge tuttora attività di consulenza per enti pubblici nazionali e  internazionali ed è stato membro di numerose commissioni governative, compresa la Commissione sulla Finanza Pubblica presso il Ministero del Tesoro nel 2007-8.