Erano poco più di una trentina le persone che questo pomeriggio, nel giorno della ricorrenza della sua uccisione all’Idroscalo di Ostia nel ’75, hanno ricordato Pier Paolo Pasolini a Bologna in via Borgonuovo 4, davanti al civico dove lo scrittore nacque ottantanove anni fa.

Una commemorazione laica organizzata dai Radicali di Bologna, che da più di un anno hanno portato avanti una raccolta firme per intitolare una strada al poeta e regista dell’umana miseria. Appello a cui non più di una settimana fa il Comune di Bologna aveva risposto con solennità garantendo un prossimo interessamento: “gli dedicheremo una via importante, non certo una rotonda di periferia”, aveva assicurato il giovane assessore Matteo Lepore, oltretutto firmatario dell’appello, “A Bologna c’è già un giardino ma crediamo sia importante dare il suo nome anche a una strada. Se ne sta occupando l’assessore alla Cultura, Alberto Ronchi, che ha anche una passione per la toponomastica”.

Oggi, però, nessuna nuova, anzi cattive nuove. Perché sembra che una soluzione sia stata trovata. A Pier Paolo Pasolini verrà dedicato il cortile dell’ex Macello in via Azzo Gardino, quello antistante il cinema Lumiere e la Biblioteca Renzo Renzi. In buona compagnia Pasolini lo sarà senz’altro, ma il cortiletto dove ci sono tre numeri civici, perlopiù di sedi comunali e universitarie, rispetto alle dichiarazione di una settimana fa sembra davvero qualcosa di insignificante.

“Sarà per il contrasto con il vecchio Pci”, ha spiegato la coordinatrice del partito di Pannella, Monica Mischiatti, “già il giardinetto precedente nemmeno risultava nello stradario”.

Il rapporto di Bologna con uno dei suoi figli più anarchici e controversi, non è mai stato facile. L’unico vero e sincero abbraccio della città che lo ha visto nascere, glielo ha dato la Cineteca di Bologna volendo a tutti i costi dal 2003 che all’interno delle sue stanze si creasse il Fondo Pasolini.

Ma prima, e dopo, sempre e solo il vuoto. Un tira e molla fatto di atavica indecisione ufficiale e di pavido trasformismo istituzionale. Pasolini sempre nume tutelare di qualsiasi visione profetica, ma mai assurto al pari dei grandi pensatori ed artisti nel pantheon del Novecento. Principali colpevoli quegli ondivaghi eredi del Pci che lo espulsero per omosessualità (era il 1949), pari a quella destra perennemente fascista che avrebbe voluto, e probabilmente contribuì fattivamente, vederlo morto.

Così, in attesa di una via bolognese, negli ultimi tempi si è andato infittendosi un continuo avocare a sé le parole di Pasolini. L’elenco è lungo ed eterogeneo, va da sinistra a destra, e a metterlo in fila fa un certo effetto.

Prendiamo l’editoriale che Pasolini scrisse sulla scomparsa delle lucciole (Corriere della Sera, 1 febbraio 1975). Preveggenza mescolata a buon senso, nostalgia del mondo contadino, la topica clou più in voga dagli anni novanta ad oggi, viene presa come massima da ogni ambientalista italiano che si rispetti. Subito a seguire viene il Pasolini di Petrolio, quello del “io so i nomi dei responsabili delle stragi”, epigrafe tonante per ogni nostrano e novello giustizialista non populista.

E ancora spostandosi verso destra nell’arco costituzionale delle forze partitiche, che negli ultimi tempi si sono avute le più interessanti sorprese. Ricordando il refrain manipolabile fino alla nausea del Pasolini che commenta gli scontri del ’68 a Roma (“Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti,  io simpatizzavo coi poliziotti, perché sono figli di poveri”) che fa andare in brodo di giuggiole perfino la destra sociale di Storace, si giunge fino all’attuale ripensamento del sindaco di Roma, Alemanno, che inaugurando pochi giorni fa P.P.P., la mostra dedicata a Pasolini al Festival di Roma con il contributo essenziale della Cineteca di Bologna, ha affermato: “Il Festival di Roma doveva questo omaggio a un grande poeta della periferia romana e a un grande testimone della nostra città. Stiamo lavorando all’Idroscalo per realizzare un museo permanente dedicato alla figura di Pasolini: c’è la necessità di diffondere il suo messaggio culturale soprattutto tra i giovani”.

Una giacchetta, quella di Pasolini, che probabilmente non finirà mai di essere tirata. A noi piace comunque ricordarlo così, con quella sua rabbia ad esortarci “a scandalizzare”, a esigere che si vada oltre la volgarità dell’egoismo e la comodità dell’ignoranza. Seduto su quella seggiola in una tv in bianco e nero datata 1971, mentre di fronte a Enzo Biagi che lo incalza ingenuamente ad abbandonarsi alla libertà che concede il mezzo televisivo, Pasolini risponde: “Il medium di massa non può che mercificarci ed alienarci. E poi non è vero, in tv non posso dire tutto quello che voglio: verrei accusato di vilipendio dal codice fascista italiano. A parte questo, oggettivamente, di fronte all’ingenuità e sprovvedutezza di certi spettatori mi autocensuro”.

di Davide Turrini e Ilaria Giupponi