Il ministro Tremonti viene definito da molti giornalisti come colui che si atteggia a primo della classe. In effetti in mezzo alla compagine sgangherata degli altri ministri, per alcuni anni, è apparso quasi come un lord inglese. Nell’ultimo anno questo primo della classe è stato però ferocemente bocciato; inizialmente dai giudici che hanno mostrato come pagasse in nero l’affitto, poi dalle agenzie di rating e infine dai risparmiatori che non si fidano più delle sue rassicurazioni.

D’altronde negli anni ha pontificato in modo quantomeno contraddittorio dichiarando che;

– nel 2008 l’Italia non era toccata dalla crisi,
– nel 2009 la crisi era già passata (ma se non c’era stata prima come era passata?)
– nel 2010 la crisi c’era, ma i conti dello Stato erano in ordine (naturalmente grazie a lui),
– nel 2011 ha ammesso che siamo sull’orlo di un baratro, dopo una prima manovra in luglio ha rassicurato i risparmiatori, ma poi, in agosto, ne ha dovuta fare un’altra e si appresta ora alla terza manovra in ottobre.

L’atteggiamento da primo della classe, anche se bocciato sonoramente, continua, tanto che a un convegno recente di economia si è librato a parlare dei massimi sistemi filosofici senza dare risposte ai problemi emergenti che sarebbe suo compito affrontare.

Lascio ai politici e agli economisti le valutazioni sul loro terreno. A me interessa il lato psicologico del primo della classe.

Di solito il primo della classe diviene tale per i seguenti motivi:
– per scarsa autostima: reagisce a questo sentimento, che tiene gelosamente celato dentro di sé, con grande impegno nello studio per rivalersi verso gli altri;
– perché gli viene facile: ha sviluppato da piccolo una propensione all’attività intellettuale, scoprendo di eccellere in questo settore (mentre spesso in infanzia sul piano delle prestazioni fisiche c’è stata qualche difficoltà);
– per intuito empatico: capisce la psicologia del professore, quali siano i temi o i terreni che il professore preferisce e in modo empatico (immedesimandosi in lui) si adegua, lo blandisce e lo rende fiero. Questa capacità empatica spesso deriva dal contatto nei primi anni di vita con la sofferenza di un adulto amato (esempio una madre depressa, un grave lutto familiare).

Le reazioni degli altri componenti della classe di solito sono:
aggressività: “è un secchione, uno sfigato, un lecchino”, il primo della classe viene denigrato, a volte anche a ragione, perché dedica tanto tempo allo studio, blandisce e capisce i professori e sembra dedicarsi poco alle altre attività tipiche della sua età quali lo sport o le relazioni affettive;
ammirazione: gli altri capiscono che ha delle qualità e per timore (il primo della classe sa bene come escluderli o farli apparire negativamente agli occhi dei compagni o dei professori) o per affetto lo seguono nei suoi progetti;
invidia: gli altri affermano che mai e poi mai vorrebbero essere come lui ma spesso, in cuor loro, desidererebbero emularlo ed essergli amici, si chiedono come faccia ad essere sempre preparato ed efficiente. Arrivano a pensare che lui sia geniale, inimitabile.

Tornando alla politica scopriamo che i leader primi della classe sono capaci di suscitare grandi passioni, di imporre la loro personalità, di parlare dei massimi sistemi senza confrontarsi con la realtà troppo terrena.

A questo punto vorrei proporre qualche riflessione:
– ma noi Italiani abbiamo proprio bisogno di leader primi della classe?
– leader di apparente secondo livello non sarebbero più efficaci ed efficienti?
– dobbiamo come cittadini riconoscere di ammirare e desiderare i leader primi della classe? Anche se poi siamo invidiosi e quando decadono diveniamo aggressivi;
– corriamo il rischio di cercarne sempre di nuovi?

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