Quando si dice il premio Nobel. Ecco la zavorra che pesa sulle nostre imprese e sulla nostra Pubblica amministrazione. E noi che andando un po’ a tentoni non riuscivamo a dare un nome e un cognome all’inefficienza del sistema… Ora finalmente abbiamo il colpevole. Nome Certificato, cognome Antimafia. Ha qualcosa di spettacoloso il gioco dei riflessi pavloviani che opera senza sosta da decenni nell’Italia divorata dai clan. Chi mette a repentaglio le libertà civili e il pluralismo delle idee? I professionisti dell’antimafia. Chi rovina la reputazione dell’Italia all’estero? I film e le fiction sulla mafia. Chi avvelena la dialettica democratica e il primato del Parlamento? Chi vota per l’arresto dei parlamentari inquisiti per mafia. Chi tradisce lo spirito del vangelo? I preti antimafia. Chi fornisce un’informazione di parte strumentalizzando i fatti di cronaca? I giornalisti antimafia, sempre così poco sereni e obiettivi. Chi attenta al bilancio dello Stato? I magistrati antimafia, con quella loro fisima delle intercettazioni telefoniche e ambientali che costano un occhio della testa, vuoi mettere i marescialli di una volta. Chi demolisce la giustizia? Sempre i piemme antimafia, questi samurai assatanati che manderebbero in galera anche un galantuomo. E naturalmente i pentiti di mafia. E chi taglia le gambe alle imprese nell’Italia di Libero Grassi? Il certificato antimafia, non c’è dubbio.

La mafia è finita (o così pare) perché i latitanti vengono presi in serie, eppure l’antimafia continua a essere l’incubo che incombe inesorabile sulla fragile psiche di governo. Tutti pronti a chiedere rigore e “un forte impegno unitario” nei momenti drammatici e sanguinosi. E altrettanto pronti a sconfessare gli strumenti, le leggi, gli uomini e le donne, i comportamenti in grado di piegare le organizzazioni mafiose alle regole dello Stato democratico. In Italia un giovane che voglia aprire un’impresa affronta un autentico calvario. Una marea di certificati e permessi che (soprattutto quando non si paga) si ottengono con fatiche indescrivibili da questa o quella autorità. Asl, assessorati, polizia municipale, vigili del fuoco e tutti i soggetti immaginabili che possono presentarsi ciascuno con le sue richieste e i suoi umori, negando in una sede ciò che è stato già concesso nell’altra, fornita delle stesse competenze. Una burocrazia in grado di sfiancare anche un bisonte. Fatta in certe aree del paese, non solo a sud, di molti possibili concussori. Lo sanno, questo, i ministri della Pubblica amministrazione e della semplificazione amministrativa (visto che ce ne sono due distinti)? E che cosa hanno fatto in questi anni per le imprese sane e diffuse? Che cosa hanno fatto per impedire a un imprenditore di pensare che è meglio la mafia, perché almeno una volta che l’hai pagata nessuno si azzarda più a venire a chiederti altri soldi? Hanno mai pensato, per esempio, di istituire uno sportello unico dei permessi per lo stesso progetto, con un bell’accordo tra le amministrazioni? Uno sportello unico, un solo interlocutore, un solo responsabile, un sì o un no, regole chiare come in tutta Europa?

Sanno, il ministro della Pubblica amministrazione e della semplificazione amministrativa (visto che ce ne sono due distinti) le follie kafkiane che affogano le università, scoraggiando qualunque visita o collaborazione esterna? Che un ristorante che ospiti dei docenti a carico di un’iniziativa autofinanziata (autofinanziata, ripeto) per essere rimborsato deve presentare non una normale fattura, ma una decina di documenti? Che cosa hanno fatto finora per dare agilità di spesa e di funzionamento a strutture che dovrebbero viaggiare alla velocità della luce e nutrirsi di apporti e relazioni internazionali?

Nel fallimento da ignavia delle semplificazioni ora arriva per fortuna la formula salvifica: aboliamo i certificati antimafia. Controproposta: no, quelli chiediamoli anche per i subappalti di minor valore, monopolio delle imprese mafiose. Quelli chiediamoli, ma guarda un po’, anche per il movimento terra. E vedrete come perfino in quei settori potrà rifiorire la libertà di impresa. Perché, come ci insegnano gli imprenditori stranieri che non investono in Italia, non sono i certificati antimafia la zavorra della nostra economia. La zavorra si chiama mafia. Mario Draghi lo ha detto e documentato con cifre ufficiali. Chissà se lo sa qualcuno, nel governo a tempo perso.

Nella foto, Libero Grassi

Il Fatto Quotidiano, 29 settembre 2011