Pare che i delitti contro le donne aumentino d’estate. Mi ricordo che uno di questi femminicidi estivi (sì, sì, lo so: la parola è brutta, ma al momento non ne trovo altre. Ogni suggerimento linguistico sarà ben accolto) fu perpetrato contro una donna che per sventura si era trovata ad incrociare un tizio lasciato dalla sua fidanzata: fu uccisa solo perché apparteneva allo stesso sesso della ex partner. L’anno scorso (da un tiggì nazionale) venne affermato che il caldo torrido dell’estate era il vero movente dell’improvvisa e ferale aggressività di alcuni uomini contro le donne. Sic.

Anche per quest’estate appena passata l’elenco dei femminicidi è, purtroppo, lungo. Annovero tra questi anche i sospetti ‘suicidi’ di donne calabresi, le collaboratrici di giustizia, ma nel novero delle violenze e delle aberrazioni contro le donne, vorrei ricordare un paio di notizie apparse quasi contemporaneamente, di accadimenti avvenuti in Messico, questa volta.

La prima è l’uccisione di due croniste: Marcela Yarce e Rocio Gonzales Trapaga. (Dal 2000 sono stati uccisi 83 giornalisti in Messico, paese che sta diventando sempre più violento). La seconda notizia riguarda proprio l’escalation del crimine in questa nazione centramericana, escalation che coinvolge, purtroppo, sempre più donne.

Leggo, a tal proposito, un rapporto del NewYorkTimes, da Ciudad Juarez, città di confine con gli Stati Uniti.

Dal 2007 la partecipazione delle donne in affari legati al narcotraffico è aumentato del 400 per cento. Sono più di 10 mila le donne incarcerate per questi fatti.

La crescita dei reati al femminile (per lo più commessi da giovani e giovanissime) in Messico sarebbe anche dovuta al coinvolgimento affettivo con criminali, che letteralmente ‘usano’ o abusano delle donne per inserirle nell’organizzazione. Le arrestate rimangono spesso ancora incredule e non si rendono conto esattamente del come e perché si trovino in prigione.

Con tutte le esimenti del caso (città violente, corruzione, disperazione economica, ignoranza), anche in Messico – come disse Octavio Paz – le donne sono considerate le responsabili della virtù e dell’ordine, sebbene questa visione tradizionale sia incrinata dal fascino di una vita al limite, come quella dei criminali, raccontata in telenovelas molto seguite. (C’è anche da dire che in Brasile – e in molti altri Paesi -, invece,  le telenovelas hanno un impatto positivo, contribuendo alla consapevolezza decisionale delle donne. Il che dimostra indubitabilmente che la tivvù modella i comportamenti. Ma questo è un altro discorso.).

Ho visto, qualche settimana fa, su NatGeo (via satellite) un documentario girato proprio in un posto di confine negli Usa, dove un’agente (donna) della polizia locale controllava le auto provenienti dal Messico e raccontava delle donne che (ignave o no) guidano veicoli modificati, stipati di stupefacenti. L’agente spiegava che spesso queste donne non sanno cosa trasportano, o, comunque, accettano il rischio per bisogno, per sfamare i figli. Talvolta, invece, sono costrette dai mariti/fidanzati/fratelli, che le minacciano.

Violenze, coercizioni, femminicidi, feticidi selettivi, uxoricidi, infibulazioni, mutilazioni genitali e stupri (tutte forme di violenza contro le donne) raggiungono un numero incredibile. Lo leggiamo nel rapporto di TrustLaw. Avvengono dappertutto e in tutte le stagioni. Mica solo d’estate.

di Marika Borrelli