Lou Jiwei è oggi una delle personalità più corteggiate nella finanza globale. Intrattiene amabilmente l’interlocutore con la sua rara capacità di spaziare sui temi chiave dell’economia globale e di incantare per la padronanza con cui discute di debiti pubblici o di private equities, attorniato da un team giovane formatosi in università e banche americane. Da ingegnere informatico passato poi agli studi econometrici ha una visione dai contorni nitidi e non mostra soverchio interesse per teorie balzane partorite da contabili con ubbie da mâitre a penser. Per cui è probabile che non abbia letto certi passaggi nel capitolo di “Rischi Fatali”, intitolato appunto “Cina versus Italia” in cui il prof. Tremonti lanciava strali di stampo vetero protezionista (“La guerra commerciale tra Cina ed Italia non è solo minacciata. E’ già cominciata”).

Del resto non si gestiscono centinaia di miliardi di dollari in qualità di Presidente di uno dei fondi sovrani più potenti del mondo, la China Investment Corporation (CIC), senza un occhio benevolo verso la pletora di questuanti che sgomitano e si affannano intorno, e un distacco verso polemiche politiche di sapore valligiano.

Lou Jiwei è uno di quei tecnocrati che stanno guidando il grande balzo in avanti (quello vero stavolta) con una visione strategica che all’Europa dei leader dimezzati fa difetto da almeno un decennio. La sua presenza a Roma è giustificata dalla catastrofe che la bancarotta dell’Italia rappresenterebbe per l’euro e l’economia mondiale. La Cina ha tratto benefici epocali dalla globalizzazione economica e finanziaria e quindi per essa è vitale preservarne la cornice di governance: un’implosione della zona euro significherebbe un disastro per le sue esportazioni e una falla sotto la linea di galleggiamento nel sistema monetario internazionale. Il dollaro ormai non può piu sostenere il ruolo di valuta per gli scambi internazionali che ha assunto quando l’economia americana era metà di quella mondiale e molti grandi paesi dall’Unione Sovietica, all’India alla Cina partecipavano in musura trascurabilie al commercio internazionale.

Oggi il peso dell’America nell’economia mondiale è meno di un quarto ed in continuo declino, mentre il commercio è esploso; quindi continuare a fornire la liquidità internazionale si sta rivelando un peso insostenibile. E con lo yuan ancora soggetto a controlli valutari, se l’euro dovesse sparire e si tornasse alle modeste carature delle monete nazionali uno dei cardini dell’assetto multipolare cederebbe, aprendo la strada a uno scenario di instabilità dagli effetti imprevedibili.

Per di più ci si scorda in Europa, ma non a Pechino, che l’euro rappresenta il completamento del mercato unico europeo. Il ritorno alle svalutazioni competitive susciterebbe tentazioni protezionistiche che al momento sono latenti e solo per miracolo non hanno guadagnato credito.

Quindi Lou Jiwei non è a Roma attirato dai saldi di fine regime su BOT, CCT e azioni bancarie. La sua missione ha una motiviazione strategica di primaria importanza per la Cina. L’Italia rischia di essere la miccia di una nuova crisi che i Cinesi vorrebbero disinnescare. In un certo senso lo scacchiere italiano rappresenta la prima grande occasione per la nuova potenza economica di agire non solo in funzione di rapporti bilaterali o di interessi commerciali, bensì da leader mondiale in grado di stabilizzare l’economia.

Ma il supporto cinese (provvidenziale visto che la Bce sta esaurendo le munizioni), non verrà concesso a scatola chiusa, né a interlocutori inaffidabili. I Cinesi operano su un orizzonte temporale che abbraccia decenni, per cui si trovano a disagio con personaggi che vivono alla giornata. In altri termini Jiwei, non è affatto venuto per staccare assegni in bianco o distribuire regali. Recapita un ulteriore drastico messaggio per il governo italiano, che si aggiunge a quello della Bce ormai affievolitosi nei corridoi romani: la Cina potrebbe fare uno sforzo straordinario e assecondare un intervento del Fondo monetario internazionale qualora scattasse un’emergenza, ma come contropartita pretende impegni ferrei e non gli espedienti fin qui abborracciati da Tremonti e Berlusconi. Fallito il commissariamento europeo sono proprio questi impegni che Jiwei è venuto a sondare, se non da commissario del popolo, certo da prestatore di ultima istanza. Visti i personaggi, non mi sentirei di sperare che torni in patria soddisfatto.