C’è anche un istinto paterno. Pietro B., industriale milanese del packaging alimentare, si è trasferito a Hong Kong, con Mei, moglie cino-thailandese, 34 anni, la quale, purtroppo, non riesce a rimanere incinta. Le provano tutte, ma lei continua ad avere aborti spontanei. Alla fine decidono per un utero in affitto. Si recano a Shanghai, in una clinica da Bladerunner, dove si fanno prelevare i gameti maschili e femminili che vengono poi inoculati l’uno nell’altro in provetta con dei microaghi.

Una volta avvenuta la fecondazione, si trasferisce l’ovulo nell’utero ospitante sottoposto, prima e dopo, a continui check up. Comincia la trepidante attesa, per tutti: genitori surrogati e madre “inquilina”. Il rischio di un aborto spontaneo è sempre in agguato. Ma la mamma “affittuaria”,  già madre di due suoi bimbi, non riesce a completare la gravidanza fino al nono mese. Il travaglio comincia all’ottavo e partorisce due gemellini prematuri di appena un chilo e settecento grammi ciascuno. Sono intubati e alloggiati in incubatrice. La madre per procura (ancora non esiste una terminologia corrente) deve aspettare due settimane prima che la partoriente sia dimessa e abbia firmato tutta la documentazione necessaria per la rinuncia ai diritti sui neonati. La materia ancora non è giuridicamente regolata in maniera uniforme. E se la donatrice cambia idea all’ultimo minuto la legge da che parte si mette? Di chi sono i figli? E visto che Mei lavora alla Bank of China, si potrà mettere in maternità continuando a essere pagata?

Il business dei figli è, ormai, proficuo quanto quello degli aborti clandestini. L’America ha il primato delle nascite in laboratorio. Francesca R., triestina,  è volata in California alla Los Angeles Fertility Clinic, la più amata dalla celebrity (ma basta googlare e si ha l’imbarazzo della scelta delle cliniche specializzate in fecondazione assistita. Tra gli altri “argomenti” anche “gay/lesbian building a family”). A Los Angeles sono di manica larga. Lì non è come alla clinica Eugin di Barcellona dove alle madri single danno un solo ovulo, dunque una sola chance e per di più entro i 43 anni d’età. In America non si interferisce con i desideri. Basta pagare. “L’orologio biologico corre, ma lì non ti danno limiti d’età – spiega Francesca – Ogni ovulo di donatrice impiantato costa 25mila dollari, a prescindere dal risultato.  Vero è che i donatori (maschi o femmine che siano) li scegli da un book fotografico come a un casting di modelle. Le generalità rimangono anonime. Obbligatoriamente”.

Francesca ci racconta dell’ultima moda yankee. Quando una figlia compie diciotto anni le fanno congelare subito l’ovulo. “Così possono aspettare anche fino a quarant’anni ma l’ovulo che poi faranno inseminare rimane giovane. Una rivisitazione in chiave genetica dell’oscarwildiano Dorian Grey. Cose dell’altro mondo! A diciott’anni non basta più un seno nuovo e fiammante e un nasino al’insù: adesso vogliono anche l’ovulo in cassaforte. Etica a parte, poi dicono che i figli costano un botto…

di Januaria Piromallo