La visita del Papa in Spagna
Mezzo milione di giovani è già arrivato a Madrid, forse per la grande messa di domenica con Benedetto XVI arriveranno a sfiorare il milione. È il miracolo, che sempre si rinnova da quando nel 1986 papa Wojtyla promosse le Giornate mondiali della gioventù. Ogni tre anni, da un continente all’altro, si ritrovano entusiasti, effervescenti, vitali e curiosi. Si sentono “in cammino” per essere cristiani veri. Cercano speranza.

Ratzinger, all’inizio, era piuttosto scettico nei confronti del fenomeno Gmg. Poi si è ricreduto. Ha capito che il mondo giovanile per manifestare la sua ricerca di fede ha bisogno dell’ “evento”, della festa, dello stare insieme sotto il segno dell’emozione, riunendosi attorno al simbolo del cattolicesimo: il pontefice. E allora il papa-intellettuale si è lasciato in un certo senso contagiare e dal suo primo mega-raduno a Colonia nel 2005 ha seguito convinto le itineranti Giornate. Sidney nel 2008 e adesso Madrid.

Ieri, atterrando, ha usato parole poetiche per dire che molti giovani si sono messi in movimento perché toccati dal “lieve sussurro” della voce di Dio. Ma per evitare di alimentare un cristianesimo disincarnato il Papa ha anche parlato dell’Europa che deve creare lavoro per le nuove generazioni. “In questa crisi economica come anche nella precedente – ha detto – si vede cosa accade, quando un’economia solo mercantile ha dimenticato l’etica”. I giovani, ha soggiunto, “guardano con preoccupazione al futuro di fronte alla difficoltà di trovare un lavoro degno”.

La cifra che ha scelto Ratzinger per queste giornate è l’esortazione a “non nascondere la propria identità cristiana, in rispettosa convivenza con altre legittime opzioni ed esigendo il dovuto rispetto per le proprie”.

Madrid è blindata. Gli indignados, che protestano contro le alte spese pubbliche per finanziare la visita papale, hanno continuato mercoledì fino a tardi le loro manifestazioni. Pro-papa e anti-papa si sono a volte sfiorati nelle vie della città. Paradossalmente non è raro che nei propri Paesi i giovani delle Gmg siano tra le file dei protestatari per cause comunitarie o – come è accaduto in Italia – accorrano ai referendum per bloccare il nucleare, difendere la gestione pubblica dell’acqua, bocciare scandalose leggi ad personam.

Mescolarsi alla folla dei giovani delle Giornate è un’avventura che una volta va sperimentata. Perché non hanno niente di beghino, non corrispondono nemmeno all’etichetta banalizzante di “papaboys”, di cui peraltro si è impadronito arbitrariamente in Italia un gruppo che manda in giro comunicati rappresentando solo se stesso.

No, non è fatta di “bambini papalini” la gioventù che arriva alle Giornate. È’ uno spaccato di carne viva di una generazione (o di una fascia di generazione), che cerca solidarietà, fraternità, autenticità di valori e il difficile dialogo con quel soggetto misterioso chiamato Dio. Sono “pellegrini”, che non vogliono essere “naufraghi” nel materialismo spicciolo che si riscontra nel trend attuale, secondo la metafora del cardinale Bagnasco.

Le testimonianze in diretta, riportate da Avvenire, riflettono un approccio assolutamente non dogmatico. Chiara, 23 anni di Roma, confessa di non avere chiarezza sul futuro e la sua vita. Cerca un’“esperienza di fede e comunità”. Alessio, 22 anni di Genova, è spinto dalla “curiosità, vorrei vivere un’esperienza unica”. Francesco, 20 anni di Barletta, si chiede cosa significa concretamente essere cristiani. Francesca, 19 anni di Firenze, non è partita “molto convinta, incontrare il Papa non era la mia priorità”, ma è pronta a scoprire qualcosa di nuovo nell’ascolto della messa. Letizia cerca il silenzio interiore, Benedetto si aspetta molto dal suo omonimo pontefice, Alessandro considera le Giornate un percorso spirituale di crescita, Cosimo si attende un’esperienza “inebriante”, Federica spera in conferme, ma non teme “nuovi dubbi”.

La festa, i tre giorni di catechesi predicate da vescovi e cardinali di tutto il mondo, gli incontri con il pontefice, non possono però velare la crisi che la Chiesa cattolica (insieme alle altre Chiese tradizionali cristiane) sta attraversando. Quando nel 2006 Benedetto XVI venne a Valencia, la stampa riportò un sondaggio da cui risultava che metà della gioventù spagnola non credeva in Dio. Zapatero non c’entra con fenomeni di così vasta portata. Dovesse anche vincere il centrodestra alle prossime elezioni spagnole, il panorama non cambierebbe di molto.

C’è un aspetto delle Giornate mondiali della gioventù su cui la gerarchia ecclesiastica non sembra volere riflettere. I ragazzi non possono essere soltanto visti come fondale plaudente dei “pastori”. Le folle di ragazzi, mentre crescono, esprimono una richiesta di forte rimodellamento della Chiesa attuale. Ma nessuno li interpella mai. Nessuno nei palazzi ecclesiastici li chiama mai a manifestare il loro parere e il loro giudizio sui problemi che toccano il rapporto tra Chiesa e società: la vita, la morte, le relazioni, la scienza. Nessuno vuole mai ascoltarli su come loro vorrebbero vedere la Chiesa nel terzo millennio.

Vescovi, cardinali e papi li considerano come persone da “orientare”. È vero, questi giovani cresciuti nella società senza padre chiedono indicazioni, ma sono anche i fedeli di domani e si accorgono che i loro fratelli delle Giornate degli anni Novanta non hanno trovato spazio in Santa Romana Chiesa per dire la loro. Alla stagione della festa subentrerà negli anni la fase della privatizzazione della fede.

Il Fatto Quotidiano, 19 agosto 2011