Contenere la violenza e agire con moderazione”. Le parole di Ban Ki-Moon, segretario generale dell’Onu, seguono l’attacco israeliano a sud della Striscia di Gaza. Il governo di Tel Aviv sta reagendo all’attentato di questa mattina, avvenuto a Eilat, cittadina dello Stato ebraico sul Mar Rosso, al confine con l’Egitto. La situazione sta degenerando e mentre scrivo le agenzie battono la notizia di un’altra sparatoria a Eilat, nello stesso luogo dell’attentato.

Tutto questo a un mese dal voto all’Assemblea generale dell’Onu per il riconoscimento di uno Stato di Palestina che per ora non esiste e rimane soltanto una zona, senza continuità territoriale, occupata militarmente da Israele: la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. L’altro giorno l’ex presidente del Consiglio, Romano Prodi, dalle colonne del Fatto Quotidiano ribadiva l’importanza della nascita dello Stato palestinese, perché “la sicurezza di Israele passa dalla tranquillità araba”.

Il governo di Benjamin Netanyahu, già in grave difficoltà per la crisi economica e la sollevazione popolare dei giovani “indignati”, non dovrebbe ora incorrere nel drammatico errore di aggiungere violenza a violenza, ma tutto lascia pensare al contrario in questo momento, a partire dalle dichiarazioni di guerra dello stesso premier e di Ehud Barak, ex capo del Labour e adesso ministro della Difesa nel governo di destra guidato dal Likud.

Da parte palestinese, a Gaza, Hamas prende le distanze dall’attentato, ma non lo condanna come dovrebbe fare, mentre Fatah da Ramallah per adesso è ancora silente. L’appuntamento con la Storia del 20 settembre a New York si complica terribilmente. La pace sembra più lontana e Gaza trema di nuovo sotto al rombo dei caccia israeliani.