Era tutto scritto: “Il direttore artistico non dovrà prevedere nel programma alcuna manifestazione teatrale che possa originare un conflitto d’interessi, a causa di rapporti di parentela con l’organismo teatrale che lo produce o lo distribuisce”. E poi: “L’incarico è altresì incompatibile con la presenza, a qualsiasi titolo, del direttore artistico all’interno del cast degli spettacoli della manifestazione”. Parole inequivocabili, che la Regione Calabria ha opportunamente messo nero su bianco nell’Avviso di selezione del nuovo direttore artistico del Magna Graecia Teatro Festival (Mgtf), una rassegna da quasi 2,5 milioni di euro in tre anni. Parole inequivocabili, e subito tradite. Visto che i requisiti non sono rispettati dal direttore artistico designato Giorgio Albertazzi, mostro sacro del teatro. Che ha accettato un incarico da 30mila euro lordi annui, spese comprese.

Che qualcosa non va, lo si capisce subito scorrendo il cartellone del festival, che dal 2 agosto, e per un mese, porta 21 piece dentro le 13 aree archeologiche della Calabria. Basta soffermarsi sul primo spettacolo, “Kròton, Lokròi e la barca di Enea”, e leggere che si tratta di una produzione del Mgtf e che progetto e drammaturgia sono proprio di Albertazzi. Questione di definizioni, e l’avviso pubblico è di fatto aggirato. Ma c’è di più. L’assessore regionale alla Cultura Mario Caligiuri lo ha spiegato: il festival deve diventare “la manifestazione estiva di punta” e in questo senso è “strategica” la figura del direttore. E allora per la serata di chiusura s’è pensato a un’esclusiva: “Nox erat et caelo fulgebat luna sereno”, con l’esibizione di due cantanti, Cristina Zavalloni e Roberto Scandiuzzi, e un ospite speciale (“a titolo gratuito”, precisa il sito della rassegna) come Giorgio Albertazzi. E, per la seconda volta, il bando è aggirato.

Così scoppi la rivolta del teatro calabrese contro un direttore artistico importante, e incompatibile. Ad aprire le danze sono dieci compagnie e 24 tra attori, registi e organizzatori: scrivono una lettera aperta a Caligiuri e al governatore Giuseppe Scopelliti per chiedere, senza troppi giri di parole, “chi ha autorizzato la violazione delle stesse norme previste dal Bando”. Poi attaccano sui metodi di selezione, parlano di “pseudo-selezione effettuata da una pseudo-commissione” che “ha effettuato la valutazione in due o tre minuti di pseudo-colloquio”. Un problema vero. Perché se è vero che nessuno contesta il progetto artistico di Albertazzi (“è lui il direttore e legittimamente lo realizza”), è altrettanto vero – come osserva il regista Nello Costabile, sul gruppo facebook dei teatranti calabresi – che “è abbastanza strano” che ai candidati non venga richiesta “la presentazione di un progetto artistico, organizzativo e finanziario come si fa in tutta Europa. Utilizzando denaro pubblico sarebbe opportuno sapere prima come sarà speso e non dopo”. L’inventore dell’Estate romana Renato Nicolini, sul web, sentenzia così: “Purtroppo, anziché rilanciare i teatri, i luoghi, l’idea e lo spirito della Magna Grecia siamo scaduti in una pluralità di piccoli palcoscenici, senza nessuna sperimentalità, innovazione, relazione con le città della Calabria di oggi. Una pioggerella di denari, coperta – dispiace dirlo – dal nome di Giorgio Albertazzi. Che (scopriamo) fa rima con Tafazzi”.

Si schiera anche Scena verticale, la compagnia di Castrovillari più volte vincitrice del premio Ubu, l’oscar del teatro. Segnala ombre e rischi del nuovo Mgtf. Guarda avanti: “Con la scelta di Albertazzi la Regione realizza il progetto a cui mirava. Se i cittadini, i teatranti vogliono altro devono mettere in campo un progetto culturale alternativo”. Sul quale, finalmente, si sta aprendo una riflessione. Che deve tenere insieme fragilità, certezze e potenzialità del teatro calabrese. L’esito è tutt’altro che scontato. Forse per questo fa un certo effetto sentire da Linea notte Albertazzi presentare il suo festival e tuonare contro i “privilegiati” del teatro. Ma questa è l’Italia.

di Danilo Chirico