“Se ha disatteso il suo impegno d’amore con la Canalis, almeno quello con L’Aquila e le zone terremotate George Clooney l’ha mantenuto. È venuto la scorsa estate a girare un film in provincia dell’Aquila, che ha veicolato in maniera positiva l’immagine della nostra terra, rendendole giustizia e mostrandola per quello che effettivamente è: un territorio che ha tanto da offrire, se i riflettori non fossero spenti. Ma Clooney è stato uno dei pochi, tra i big che hanno visitato L’Aquila in quei giorni frenetici e caldi del G8 2009, ad aver mantenuto la sua “promessa d’amore”… Così Stefania Pezzopane, ex presidente della provincia dell’Aquila parla in una lettera ad Articolo21 dei tanti giuramenti disattesi dopo il terribile sisma del 6 aprile 2009. Come quello del presidente del Consiglio che aveva sbandierato l’acquisto di un’abitazione nella città ferita per seguire da vicino le fasi della ricostruzione. Ma quello di comprare una casa fu per Berlusconi solo uno dei tanti spot, ripetuto e mai concretizzato anche a Lampedusa durante gli sbarchi.

A due anni dal terremoto dell’Aquila 30mila persone continuano a vivere in case provvisorie o, addirittura, sono ancora ospiti in alberghi della costa. Le attività commerciali non sono ripartite e il centro storico è un corridoio buio e spettrale. Ma nessuno ne parla più, i media si sono dileguati, le telecamere sono ormai spente, telegiornali e programmi televisivi hanno abdicato all’idea di informare i cittadini sul dopo tragedia.

Cosa sappiamo della ricostruzione del capoluogo abruzzese? Ma non solo: che notizie abbiamo di Haiti a un anno e mezzo da un terremoto che ha causato oltre 220mila morti distruggendo case, chiese, scuole e infrastrutture? E quali sono i livelli di radiazioni raggiunti nella città di Tokyo a pochi mesi dal grave incidente alla centrale nucleare di Fukushima?

Si potrebbe andare avanti citando decine di avvenimenti che, sul momento, hanno mobilitato in massa giornalisti e teleoperatori ma poi, quando l’informazione diventa davvero indispensabile, per vigilare sulle mancate ricostruzioni, sugli appalti truccati, sulle facili speculazioni, sugli stanziamenti miliardari “incagliati” nelle maglie della burocrazia i riflettori si spengono. “Com’è andata a finire?” Potrebbe essere un buon titolo per una trasmissione televisiva o uno spazio di approfondimento al posto di una delle tante repliche estive. Ma dovrebbe essere innanzitutto un dovere etico e morale di chi fa informazione: quello di non cancellare la memoria, quantomeno per non uccidere i morti una seconda volta.