Le immagini delle macerie fumanti al centro di Oslo. Un uomo e una donna che fuggono dal luogo della strage con gli occhi sbarrati dal terrore. Gli sms disperati dei ragazzini radunati sull’isola di Utoya, nascosti tra i cespugli, che cercano di sfuggire al tiro a bersaglio di un killer impazzito. Novanta morti, centinaia di feriti e tutto intorno distruzione. Gente che fugge, cadaveri imballati in teli di plastica, feriti a terra in un bagno di sangue. Gli occhi scorrono sul video, si soffermano sui sottotitoli dove si accavallano, nel giro di poche ore, i vari tentativi di dare un nome alla follia omicida che ha sconvolto la Norvegia. Passiamo dal “fondamentalismo islamico” al “fondamentalismo cristiano”, dai seguaci del defunto Osama Bin Laden ai connotati più familiari di un biondo neonazista locale.

Il compassato premier laburista Jens Stoltenberg – probabilmente vero obiettivo dell’attacco terroristico – pronuncia note e rassicuranti parole come “Non ci lasceremo distruggere”, “Arresteremo i responsabili”. Viene preso un killer, indicato come un solitario fanatico, un twitterista che ama i giochi di guerra, e prende corpo, senza altra possibilità di salvezza, la pista interna. Il nemico è dentro di noi. Ancora una volta. Il cuore mi batte. Di ritorno da Palermo, dalle commemorazioni in ricordo di Paolo Borsellino, come ogni anno pensavo che fosse possibile metabolizzare l’orrore, circoscrivere al passato e alla memoria tragedie come questa.

Nessuno come noi, italiani, conosce queste ferite irreparabili. Nessuno come noi sa che la strategia del terrore segna per sempre la storia di un Paese, che sarà da quel momento in poi destabilizzato, sub condicione, in preda a una perenne minaccia senza volto e con una sola certezza: il nemico può tornare, in qualunque giorno di normale quiete, colpirci alle spalle all’improvviso, lasciarsi dietro i fantasmi che già conosciamo. I mandanti e gli esecutori, l’obiettivo minimo e la strategia internazionale, il petrolio e i nuovi equilibri mondiali.

E’ la guerra bellezza, e non esistono isole felici, ci dice l’attacco a Oslo. Guerra non dichiarata, non si usa più, e anche stavolta il generale ha il volto coperto.