Omen nomen: si chiamava Recca l’editore che licenziò Giuseppe Fava (e poi me) dal Giornale del Sud, giusto trent’anni fa, in una bella estate catanese come questa. Era un brav’uomo, tutto sommato; ma aveva a che fare con gli uomini di Graci.

Anche il Recca di adesso, quello che  come magnifico rettore ha imbavagliato d’autorità i suoi studenti sarà una brava persona, sicuramente; ma “il coraggio, monsignore, uno non se lo può dare”; e nel caso del Recca contemporaneo non ce ne vorrebbe di meno, perché in mancanza d’un Graci qua c’è da fare i conti con Ciancio; che è sempre un bell’affare.

Ma lasciamo andare. Annotiamo rapidamente che l’imbavagliata di Recca è deplorevole non solo per il pessimo esempio ai discenti in tema di democrazia, ma anche per la caduta d’immagine dell’università a lui affidata. Che già prima non mancava di suscitare pettegolezzi sull’illustre cattedratico famoso per aver pubblicato un libro di assoluzione della mafia subito dopo l’assassinio di Fava, o su quello – non meno illustre – sputtanato in tv mentre cercava di “esaminare” a modo suo una  studentessa.

Adesso l’università di Catania non ha bisogno d’altro: dopo don Corleone e don Giovanni, può mettere don Basilio fra i suoi luminari.

In questo declassamento dell’Ateneo, Recca peraltro non è solo, facendogli buona compagnia i colleghi donabbondi (la quasi totalità del corpo accademico) che non hanno ritenuto di esprimersi pubblicamente e personalmente su un episodio che sarebbe stato assolutamente normale all’università dell’Uzbekistan o del Kalahari.

Catania, come sapete, ha avuto un giornalista (che era poi siracusano e non catanese) assassinato dai padroni della città. Ne ha avuto alcuni altri minacciati, più o meno pubblicamente. Ne ha avuti non uno o due, ma decine e decine emarginati, ridotti al lastrico, privati dei loro giornali, strozzati in tutti i modi; costretti a lasciar la Sicilia o diversamente a accettare – prezzo di libertà – una vita di durissimi sacrifici.

Non parlo per sentito dire. Per quasi trent’anni ho dovuto reclutare e gettare nella fornace giovani coraggiosissimi e bravi, ai quali sapevo benissimo di non poter promettere altro – finché fossero rimasti a Catania – che onore e stenti.

Un vero genocidio professionale, di cui non si ama parlare: logica conseguenza del monopolio, spietatamente esercitato, che nessuno seriamente contrasta se non qualche veterano superstite e spesso, grazie a Dio, una generazione di ragazzi.

La forza dell’antimafia catanese, quanto all’informazione, è insomma tutta di volontari e poveri, e lo è sempre stata. Né sulle istituzioni “colte” qui si può contare (il caso Step1 ne è la prova), né su imprenditori privati, ora come ora; anche quelli che hanno deciso di non star più con la mafia, quando si tratta d’informazione preferiscono quella tranquilla e complice, quella ufficiale.

Giornali al di fuori di Ciancio, editori illuminati? Chiacchiere, e fin troppo interessate. S’è visto nel caso Surcompresso, con l’editore “illuminato” risultato alla fine un politicante qualsiasi, con interessi concretissimi e grevi.

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Ma allora non c’è niente da fare? Ce n’è moltissimo invece, e da fare in fretta. Abbiamo un’occasione irripetibile, la seconda generazione delle nuove tecnologie (ebook, Pdf, iPad, kindle) che acquistano sempre più terreno, e sono relativamente economiche, o almeno non comportano la maggior parte dei costi vivi, tipografici.

Sostituiranno la carta stampata? No: ne sostituiranno solo una parte. Ma s’integreranno perfettamente, in un sistema misto e articolato, con la restante parte di essa.

Staranno sul mercato? Ancora no (in Italia: ma nei paesi anglosassoni cominciano già a superare la carta stampata), ma ci staranno benissimo fra due o tre anni, man mano che si allargheranno i target e si svilupperanno i sistemi (vedi il mio precedente post) sistemi di pagamento elettronici.

Siamo in grado di farli? Da soli, noi di Untume, no; ma tutti insieme sì, benissimo e ad alto livello. Non sono le competenze che ci mancano – ci mancano l’organizzazione e i quattrini. Di questi, nel settore elettronico, non ce ne vogliono ora poi tanti; e possiamo tener duro da volontari ancora un anno.

E un’organizzazione seria e professionale si può fare benissimo (non sono le esperienze che ci mancano) se ci decidiamo a lavorare tutti insieme, senza mezze misure e senza riserve.

Siamo ripetitivi, d’accordo. Ma il progetto, l’unico che può salvarci come giornalisti liberi, è questo. Tecnologie e unità. Rete e giornali elettronici. Un giro di prodotti modernissimi ma anche (dove servono), di “vecchi” giornali di quartiere. E poi tutti insieme, a maturità conseguita, sul mercato.

Non è una faccenda semplice, non lo è professionalmente ma non lo è soprattutto sul piano, diciamo così, “politico”. In altre parti d’Italia si può giocare con le parole, essere educati e gentili. Qui, per essere appena appena dei conservatori perbene, bisogna essere subito dei “pazzi scatenati” e degli “estremisti”, o almeno acconciarsi a venir trattati come tali.

Qui non ci sono spazi di mediazione con il potere, ché qui il potere è Sistema. E qui il nostro mestiere diventa una cosa maledettamente complicata.

Per conoscere meglio Riccardo Orioles: www.ucuntu.org