Radicalismo, sinistra radicale. Sono due tra i termini più usati durante il commento al recente voto amministrativo. Due termini utilizzati come fossero due insulti e di solito associati a un altro termine: estremista. Estremismo e radicalismo in verità non sono termini gemelli. Si può essere radicale senza essere minimamente estremista.

Non sono un filosofo e neppure un politologo e non mi addentro oltre in un terreno che non è il mio. Cerco però di ragionare.

Sono convinto da tempo della necessità che in Italia si affermi un certo radicalismo. Questo è il paese del compromesso, del grigio perenne, si dirà che è il codice genetico stesso dell’Italia ad essere votato all’anti-radicalismo. In effetti queste sarebbero risposte ben fondate. La storia del nostro Paese è storia di compromessi poco nobili, sin dall’avvio del processo unitario. L’Italia non ha conosciuto processi rivoluzionari come è invece avvenuto in altro Paesi, ad esempio in Francia. L’unica invenzione politica maturata nel nostro Paese è stato il fascismo che pure spacciandosi per una rivoluzione è stato solo l’arroccamento dei gruppi di potere che hanno preteso di poter esercitare il controllo sociale superando i già deboli steccati della monarchia liberale. Non si afferma come risposta alla crisi del sistema giolittiano, bensì ne è la continuazione violenta. Nella storia d’Italia dunque non esiste un fenomeno rivoluzionario di massa. Piccoli gruppi di resistenti, vi sono stati e va reso onore ad essi, ma la società italiana appare storicamente restia ad ogni forma di radicalismo anche perché non ha interessi netti da difendere. L’assenza di una vera borghesia nel Paese ne ha determinato una condizione di sviluppo subalterna alla politica, a questo si è unita la presenza del cattolicesimo che rende ogni cosa possibile e perdonabile di fronte a un formale pentimento. L’istituto della confessione, che esiste solo nel cattolicesimo, è la giustificazione culturale del compromesso. Si può compiere una nefandezza, ma si torna puri e perdonati, dopo averla semplicemente confessata in segreto al sacerdote e aver recitato l’atto di dolore. Un po’ quello che è accaduto ai piduisti dopo la scoperta degli elenchi di Castiglion Fibocchi. Un formale pentimento, qualche scusa poco credibile e un breve purgatorio e di nuovo in prima fila, nella classe dirigente di un Paese senza morale e senza memoria.

Torniamo all’oggi. Cosa ci dicono i risultati di Milano e Napoli? Cosa ci dice l’elettore che ha scelto Giuliano Pisapia e Luigi De Magistris? Non entro sulla valutazione delle personalità dei due candidati. Non è questo che mi interessa. Mi interesse invece cercare di tentare una lettura, in un Paese come l’Italia, di scelte del genere. Esse non sono figlie di una protesta, come lo è invece il risultato considerevole del Movimento 5 Stelle. Sono invece figlie di un bisogno.

Pisapia e De Magistris, rappresentano i bisogni di una parte della società italiana che in questi anni ha maturato una diversa consapevolezza e cerca una propria identità. Tra i giovani, soffocati dalla mancanza di prospettive, di possibilità progettuali, emerge ad esempio una consapevolezza dello sfruttamento che non si conosceva più da anni. Una larga parte della società italiana si sente abbandonata a se stessa, per di più offesa dall’ostentazione di pochi e da una perdita complessiva di etica e di rispetto. A questa maturazione ha contribuito in maniera determinate il berlusconismo, soprattutto la sua parabola finale. La visione orientale del potere, il delirio di onnipotenza e la spocchiosa e volgare pretesa di impunità. Il verbo del marchese del Grillo che si incarnava senza alcuna ironia nella maschera plastificata del Cavaliere di Arcore: “Io sono io e voi non siete un cazzo!”. Tutto unito all’assoluta incapacità ad affrontare, non dico risolvere, i problemi veri del Paese. Di fronte a questo il moderatismo compromissorio appare ormai incomprensibile. Viene però inseguito ossessivamente dalle oligarchie che controllano la politica, i giornali, le trasmissioni televisive. Si continua a ripetere il mantra del pericolo dell’insorgere del “radicalismo” evocando il fantasma degli anni ‘70, della violenze e persino del terrorismo.

Il radicalismo terrore dei moderati. Ma è davvero così? Forse bisognerebbe chiedersi chi sono oggi i moderati? La borghesia professionale dei grandi centri urbani? La piccola e media borghesia impiegatizia o commerciale? I piccoli imprenditori? Le partite iva sfruttate da un sistema che non ha più regole? I ceti intellettuali? O sono gli imprenditori che applaudono il dirigente assassino della Thyssen Krupp? Siamo sicuri che i moderati hanno tutti valori etici che si identificano con i dettami delle gerarchie vaticane? Forse anche il concetto di moderatismo sta cambiando e vuole affermare una visione di sé diversa da quella compromissoria, consociativa: il moderatismo dalemiano che ha come unico scopo l’equilibrio tra due blocchi di potere, una continuazione ipertrofica dell’equilibrio consociativo tra il Pci e la Dc che ha caratterizzato la storia repubblicana.

Forse è il momento di capire che l’unione tra il moderatismo che rispetta le istituzioni, le regole e un radicalismo dei contenuti e dell’etica è l’unica vera base per costruire un vero riformismo. Moderato nella sua espressione, come lo è stato Pisapia con la forza della sua gentilezza, ma radicale nei suoi contenuti e nel suo rigore etico, ma soprattutto nel suo essere rappresentante di una parte di società. Per questo credo che i risultati di Milano e Napoli rappresentino anche la fine della visione che ha caratterizzato l’ancor breve storia del Pd. Il Partito democratico, hanno detto chiaramente gli elettori, non può essere più il partito del “ma anche” e il centrosinistra deve farsi carico di essere “di parte”, di rappresentare “una parte” dell’Italia. Quella che in estrema sintesi può esser definita “l’Italia per bene”, ma non solo anche l’Italia degli ultimi, dei senza voice. Dare loro una prospettiva politica e non vuoti utopismi. Appare concluso il tempo della politica indefinita che vuole rappresentare tutto ed il contrario di tutto. Al centrosinistra, a tutto il centrosinistra, gli elettori chiedono in maniera chiara di essere radicale nei contenuti, e indicare un progetto di cambiamento profondo, un nuovo modello di Paese, ma soprattutto una nuova identità culturale e politica. La scelta di essere fortemente identitario e radicalmente diverso dal centrodestra, ha premiato. Per esserlo non occorrono le violenze verbali, non occorrono gli slogan terrorizzanti ed irrealizzabili che certo estremismo da operetta ha regalato su un piatto d’argento ai cani ringhianti del berlusconismo. Il risultato delle urne ha mostrato pure che non occorre elemosinare la legittimazione dei politici centristi, ma che il voto dei ceti moderati si conquista con l’affidabilità, la moderazione dei toni, la gentilezza e la forza delle proprie idee che supportano un radicale progetto d’innovazione e cambiamento, non certo con gli accordi di palazzo e i compromessi tessuti in segrete stanze.

Il terzo polo, che mostra ancora la sua profonda crisi di identità segue un suo percorso autonomo nel quale raccoglierà forze di destra che non si identificano nel modello berlusconiano. Potrà forse essere il germe di un nuovo conservatorismo, un interlocutore, dunque, non un alleato in un amplesso che sarebbe deleterio per entrambi i partner.

Gli elettori hanno parlato chiaramente. Tocca adesso alla politica saperli ascoltare.