Con l’approvazione della “prescrizione breve” Silvio Berlusconi ha dato un’ulteriore prova di quale sia il suo rapporto con la “cosa pubblica”: servirsene fino a quando ciò può accrescere, o per lo meno tutelare, il proprio potere personale e privato. Lo scarto tra “interesse personale” e “interesse generale” non è mai stato così ampio e l’accaparramento di voti parlamentari a suon di incarichi pubblici se non di veri e propri passaggi di denaro, sta lì a dimostrarlo. La degradazione della democrazia italiana è dunque arrivata a un livello davvero inquietante ma il problema è che il degrado riguarda anche l’antidoto, cioè l’opposizione nelle sue varie forme. Quella parlamentare ha saputo dare lo spettacolo di votare con la maggioranza durante lo scrutinio segreto e comunque è ancora responsabile per gli anni passati al governo senza aver cambiato nulla. Il degrado però è più ampio e preoccupante perché intacca anche il pensiero, la produzione intellettuale che pure dovrebbe animare la riscossa democratica di cui questo paese ha bisogno. E infatti, sulle colonne di un quotidiano storico della sinistra italiana, Il Manifesto, leggiamo queste parole: «Ciò cui io penso è invece una prova di forza che, con l’autorevolezza e le ragioni inconfutabili che promanano dalla difesa dei capisaldi irrinunciabili del sistema repubblicano, scenda dall’alto, instaura quello che io definirei un normale «stato d’emergenza», si avvale, più che di manifestanti generosi, dei Carabinieri e della Polizia di Stato congela le Camere, sospende tutte le immunità parlamentari, restituisce alla magistratura le sue possibilità e capacità di azione, stabilisce d’autorità nuove regole elettorali, rimuove, risolvendo per sempre il conflitto d’interessi, le cause di affermazione e di sopravvivenza della lobby affaristico-delinquenziale, e avvalendosi anche del prevedibile, anzi prevedibilissimo appoggio europeo, restituisce l’Italia alla sua più profonda vocazione democratica, facendo approdare il paese ad una grande, seria, onesta e, soprattutto, alla pari consultazione elettorale».

Sembra uno scherzo ma queste righe Alberto Asor Rosa, uno dei fondatori dell’operaismo italiano, illustre accademico e storico della letteratura, insomma uno dei “padri nobili” della sinistra italiana, le ha scritte davvero. Spiegando che è quello il sistema con cui «la democrazia si salva, anche forzandone le regole». Insomma, Asor Rosa ritiene che la situazione italiana assomigli a quella del ’22 o a quella tedesca del ’33 – e già il paragone è infelice e sbagliato, il fascismo o il nazismo è davvero un’altra cosa, la confusione fa male a chi non vuole che tornino – e quindi bisogna cogliere le «ultime occasioni per evitare che la storia si ripeta». E le ultime occasioni sono i Carabinieri, una sorta di legge eccezionale che, immaginiamo, dovrebbe dichiarare il Presidente della Repubblica.

La regressione politica e culturale ci sembra evidente: a un degrado della democrazia si risponde proponendo di annullarla, sia pure in nome dei sacri princìpi della democrazia stessa, con un colpo di mano. Come se la storia non si sia già incaricata di smentire una simile illusione dalla Rivoluzione Francese in poi. Chi dichiara lo stato di eccezione? E, soprattutto, chi decide che può finire? Come si giustifica una simile iniziativa? E quali aspetti progressivi può avere la sospensione del processo democratico? Una simile assurdità, se non è il risultato di un impazzimento improvviso, si può spiegare solo con l’amarezza per non aver saputo fare nulla, nel corso della propria vita, per migliorare questo paese. Lo si desume dalla considerazione che all’autore «sembrerebbe incongrua una prova di forza dal basso, per la quale non esistono le condizioni, o, ammesso che esistano, porterebbero a esiti catastrofici. Certo, la pressione della parte sana del paese è una fattore indispensabile del processo, ma, come gli ultimi mesi hanno abbondantemente dimostrato, non sufficiente». Una ribellione – ovviamente democratica e fondata sulla partecipazione – non sembra essere presa in considerazione perché “non sufficiente”, come se, sull’altra sponda del Mediterraneo, non avessero invece dimostrato che i regimi, quelli sì dittatoriali e nemmeno paragonabili a Berlusconi, si possono cacciare con la democrazia e la partecipazione.

Ma quello che davvero fa male delle parole di Asor Rosa è altro. Giuliano Ferrara nella sua veste di trombettiere di regime, sugli schermi di Rai1, ha detto che c’è qualcuno a sinistra che «propone un colpo di Stato» per far fuori Berlusconi. Ecco, proposte come quelle di Asor Rosa costingono a dare ragione a Ferrara. E questo è davvero imperdonabile.