La sensazione terribile che si sente, guardando in prospettiva come sono stati gestiti gli avvenimenti di politica internazionale dall’attuale governo, è quella di trovarsi di fronte ad un continuo improvvisare, ad un perpetuo raffazzonare. La politica, e le politiche, da noi si improvvisano. Così, all’impronta, come nella commedia dell’arte. E, come nella commedia dell’arte, ottiene un unico risultato: fa ridere. Ma mentre nella prima la risata è voluta, cercata, costruita, nella seconda è il risultato di incapacità assoluta. Quando ci si cimenta con cose troppo, troppo oltre le proprie competenze e facoltà, si diventa ridicoli. Come un improvvisato tenore che inanella una serie di stecche guadagnandosi fischi e sberleffi.

La verità è che gli italiani non ci pensano. Chiusi nell’ottica del privilegio che vale più del diritto, all’italiano medio bastano pochi parametri per decidere a chi accordare il proprio voto. E non si tratta mai di parametri sensati. Perché una parte dell’elettorato vota in base ad una specie di globalizzata sindrome di Stoccolma, identificandosi col potente di turno, col prepotente di turno, meglio se truffaldino, fondamentalmente disonesto, manipolatore e capace di assicurarsi l’impunità. Così, per garantire a se stesso l’impunità, la garantisce a tutti. Perché infine secoli di cattolicesimo hanno insegnato agli italiani non il messaggio evangelico di amore e condivisione (troppo comunista, per la Chiesa romana), quanto piuttosto il clericalismo, che è ben altro e si identifica col privilegio.

Così, chi garantisce il privilegio merita la poltrona in Parlamento. Chiunque sia. Poco importa che non abbia assolutamente idea di cosa sia la politica, quella vera. Tanto l’essenziale, si sa, è prendersi quei 20mila euro al mese e tutti i privilegi, e la pensione principesca dopo 35 mesi. E per farlo ci si inchina a qualunque padrone. Tempi duri, si sa, e bisogna cogliere l’attimo. Garantire un’impunità, o almeno prestarsi a provarci, e prendersi in cambio, chessò, un Ministero dell’Agricoltura.

Il post-Tangentopoli (trovo ridicola la locuzione “Seconda Repubblica”, la Repubblica è una sola, quella minacciata dall’avanzare di questi cialtroni) ha buttato via il bambino con l’acqua sporca. La demonizzazione dei partiti ha aperto le frontiere della politica ad un’orda di dilettanti con scarsissime capacità e quasi nessuna competenza. Così, come in tempi di mondiali di calcio tutti si sentono le competenze di allenatori della nazionale, dal barbiere al fruttivendolo, pur non avendo mai giocato neppure alle partite della parrocchia scapoli-ammogliati, tutti si sono sentiti pronti a gettarsi nell’agone politico. A tutti i livelli, dal comune di poche centinaia di abitanti al parlamento. Basta garantire alcuni privilegi ad una parte dell’elettorato a discapito dell’altra e via, ci si garantisce la poltrona giusta per il proprio sedere, che una volta provata la comodità dei cuscini si trasformerà in granito, e non sarà più possibile spostarlo.

Così infine eccoci, i parlamentari, gli esponenti più illustri della classe politica del Paese, si trasformano nell’arco di una quindicina d’anni, da compassati membri di una istituzione che non si sarebbero mai neppure sognati di dare le spalle alla presidenza, in bottegai da mercatino rionale che in aula si insultano, tagliano fette di mortadella, sbeffeggiano il Paese, la Costituzione e i loro stessi elettori. Fino ad arrivare all’aggressione verbale al presidente della Camera, che prima di essere un avversario politico è una carica istituzionale e mancargli di rispetto significa mancare di rispetto a tutti gli italiani.

Lo sdoganamento della politica dagli ambiti dei partiti, che l’articolo 49 della Costituzione riconosce come organizzazioni attraverso le quali tutti i cittadini possono “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”, ha fatto in modo che dilagasse il dilettantismo più assoluto, l’incapacità totale travestita da efficienza, la perpetua mancanza di progettualità in qualsiasi ambito fino alla totale assenza di politiche agricole, politiche delle infrastrutture, politiche economiche e via dicendo. Tutta la progettualità di questi governicchi inconcludenti è limitata, per esempio, al sì o no al ponte sullo stretto, e poco importa se per raggiungerlo da Salerno ci si mette tanto quanto una traversata transatlantica, al sì o no alla Tav, e chi se ne frega se Palermo-Ragusa in treno è come prendere l’Orient Express negli anni Venti e viaggiare per ore e ore fra polvere, sudore e il trionfo dell’inefficienza: sette ore e quattro cambi di treno per percorrere meno di 250 km (più o meno la distanza tra Napoli e Roma, che la Frecciarossa copre in un’ora e dieci).

Ad onta di quanto si vuol far credere con la bufala del terziario avanzato, la vocazione dell’Italia resta tuttora quella agricola e marittima, che vengono prima perfino del turismo. Il patrimonio reale di questa terra reale sono l’agricoltura e la pesca, totalmente dimenticati, se non per qualche estemporaneo aiuto scippato ad una parte per tamponarne un’altra. E se non vogliamo scoraggiarci, meglio non parlare di politiche economiche. Perché l’economia s’è ridotta al taglio dei fondi. Fare politica economica significa tagliare i fondi alla sanità (quella pubblica, s’intende, perché quella privata non si tocca), tagliare i fondi alla scuola e alle università (ma ingozzando di soldi le scuole private e le università private), scippare i fondi Fas al meridione per pagare le inique multe delle quote latte al settentrione. E via dicendo, senza ulteriori dettagli. Tanto la musica s’è capita.

La politica della pecetta, dell’emergenza continua, dell’incapacità progettuale, non risolve nulla, dalla monnezza a Napoli fino alla crisi di Lampedusa, passando per la ricostruzione de L’Aquila alle alluvioni a Messina e in Veneto. Finché una domenica si scopre, com’è come non è, che questa gente ha trascinato l’Italia in una nuova guerra. Contro un dittatore che fino a poco fa veniva accolto con feste, onori, donnine e baciamani.

Arrivare a rimpiangere il malaffare dei politici pre-Tangentopoli significa essere ridotti davvero al lumicino, fa disgusto, prima che dispiacere. E mette paura. La paura che, decidendo di spazzar via questa classe di inetti, ne possa arrivare una ancora peggiore. Perché è proprio vero, particolarmente in Italia, che al peggio non c’è mai fine.