L’altra sera Roberto Saviano, da Fazio, ha descritto un fenomeno che conosco: la banalizzazione. Si tratta di un ramo di quella che lui chiama la “macchina del fango”, cioè il tentativo di delegittimare la fonte per annullare la portata e la credibilità del messaggio. Lui ne parla a livelli alti e pesanti. Descrive di come i poteri screditano magistrati, giornalisti, politici che vogliono cambiare. Ma il meccanismo vale anche ai piani bassi, nella vita normale. La nostra.


La macchina della banalizzazione ha toccato spesso anche me. Ogni volta che qualcuno ha detto o scritto “Sì, lui parla facile, è un privilegiato” oppure “facile cambiare dopo aver avuto un buon lavoro” o “vaglielo a dire a un operaio che guadagna 800 euro al mese!” o “senza figli sono buoni tutti” o “belle parole, e se tutti facessero così? Dove andremmo a finire?”. Il tentativo, per nulla coordinato da chissà quale potere forte, bensì sorto semplicemente, in modo spontaneo, strisciante, è sempre lo stesso: di fronte a un’opzione, a un’idea diversa, a una possibilità di cambiamento, prima ancora di verificare, soppesare, informarsi, eventualmente tentare, è meglio subito iniettare un sospetto, fare dietrologia, ipotizzare una truffa. “Nessuno fa quello che fa dicendo chi è, dietro c’è sempre il trucco”.

Io mi espongo, spiego quanto guadagno, quanto costa la mia casa, la mia automobile, cosa faccio, racconto che si può vivere diversamente anche senza essere ricchi, che se sei un single non sei favorito rispetto alle coppie, che tanta gente con figli conferma che è possibile… Ma non serve, non basta. Il pregiudizio, la malizia, il sospetto, la speranza che ci sia un segreto, sono troppo forti. Se c’è il trucco non c’è nulla di nuovo, nulla di buono, e possiamo andare avanti tutti senza farci domande. Questa epoca decade per mancanza di domande, quelle serie, a cui eventualmente dare risposte d’azione.

La banalizzazione tocca il suo apice qui: “Di fatto hai solo cambiato lavoro, la rivoluzione dov’è?”. Vivere altrove, senza imposizioni, frequentare altra gente in modo diverso, senza costrizioni relazionali, acquistare il meno possibile, fuori dal consumismo, rivoluzionare il tempo e lo spazio, campare con poco, sprecare meno, lavorare solo se serve, quando serve, mettere al centro della giornata quello che amo, farlo quando è ancora bello vivere, non avere gerarchie o responsabilità imposte, rinunciare ai bisogni per evitare le schiavitù… descrivere questo non serve, non basta. Se io ho solo cambiato lavoro, non c’è nulla di importante. Possiamo tornare tutti a testa bassa, distogliere lo sguardo. La notizia non c’è, è destituita di fondamento. Falso allarme. “Non c’è niente da vedere, circolare!”.

Invece ce n’è, di vita da vedere, da cambiare, da inventare, diversa e unica, adatta solo a noi, fuori dagli schemi imposti. Non ne parla l’economia, la politica, non ne parlano i programmi elettorali, non ne parlano i media (se non per recensire, che è un modo per chiudere, per settorializzare). Il Sistema non ama che circolino persone libere sul suo territorio. Se la libertà dell’individuo portasse voti o facesse vendere prodotti non si parlerebbe d’altro.

Però è possibile. Una via alternativa c’è, è lì, a un metro. Oltre la lente della banalizzazione, dove c’è voglia di capire e di agire. Dove, soprattutto, per cambiare non occorre attendere un Berlusconi-buono, che non esiste, o un partito diverso, che neppure esiste, o chissà quale rivoluzione sociale, che mai ci sarà, o il messia, pure lui assente. Basta smettere di banalizzare, prendere le cose sul serio, avere un po’ di coraggio, progettare, non adeguarsi, disubbidire, prendere la via laterale, andarsene. Soprattutto smettere di lamentarsi e agire.