Lo so, giacché ho appena ricordato qui Daniele Formica qualcuno sarà tentato di darmi del “becchino elettronico” se subito ricordo un’altra persona appena scomparsa, domenica. Corro volentieri (e purtroppo) questo rischio se la persona è stata e sarà nel ricordo una persona a tutto tondo, la maschera dietro cui c’era davvero soltanto lui e tutti i bambini e i genitori con cui ha avuto a che fare, vedere, sentire nella sua lunga vita. “Maschera” alla latina, quella del neuropsichiatra infantile Giovanni Bollea, che se n’è andato in urlante sordina a 97 anni quando ormai in molti, tra parenti, affini, amici ed estimatori, eravamo stati indotti che fosse immortale. O almeno senza tempo.

Ho scritto “neuropsichiatra infantile”. E’ poco, troppo poco per chi la neuropsichiatria infantile l’ha fondata, seguita e sviluppata come un eponimo, come un saggio greco-antico, un signore che chiedeva che fosse piantato un albero per ogni bambino che nasceva così che natura, cultura e indole andassero insieme, quasi una troika che guidasse un’umanità migliore. Perché solo questo gli importava veramente, attraverso il suo rapporto con il presente che si faceva futuro negli occhi dei bimbi. Un ideale di futuro, un futuro di ideali in quel suo sorriso a volte quasi orientale nella sua profondità marina accentuata dagli anni.

Ho incontrato tante, tantissime volte Giovanni negli ultimi trent’anni, in privato e in pubblico. Credo di poter dire che ci volessimo bene anche nei periodi in cui ci si vedeva poco o nulla, se non a cadenza fissa nei suoi leggendari compleanni che aprivano i dicembri sul verde/giallo di Villa Ada, a Roma, di fronte alla sua casa . Ho ricordi di lui che si sovrappongono, per le cose che diceva, le posizioni che prendeva, la dignità rara con cui invecchiava o diventava un vecchio giovane.

Mi ricordo – e lo racconto di nuovo conscio che senza immedesimazione è ricordo dappoco, ricordo da nulla per chi legge – di quando andai a trovarlo “professionalmente” ormai una vita fa, con mia moglie e i miei figli, già assai vispi ai primi anni di scuola, per usare un eufemismo. E lo ricordo attraverso le loro parole bambine, come credo sarebbe piaciuto a Giovanni. Il maschio era affascinato dal fatto che mentre parlavano gli adulti, nello studio all’ultimo piano inondato da una luce primaverile che era già di suo una forma di neuropsichiatria infantile, entrò il cameriere portandogli un succo d’arancia.

“Ma è un bar? Lo voglio anch’io”, fece il ragazzino, prologo ai commenti di quando uscimmo sulla differenza tra un medico e un bar. Subito dopo i figli scoprirono la terrazza e le piante dell’ultimo piano, appunto mentre i “grandi” parlavano di loro, o meglio Giovanni diceva come sempre cose sensatissime di cui si andava sempre più perdendo il valore e noi ascoltavamo, tra amicizia, attenzione, rispetto e curiosità verso un sapiente che tutto voleva fuorché sembrare tale. Un sapiente non tanto e non solo nei confronti della materia di cui era principe, quanto della vita e delle sue infinite e a volte strazianti sfumature specie se in ballo c’era la salute mentale e interiore di un infante.

Comunque sia, mentre lui si toglieva e rimetteva i sottili occhiali mi pare cerchiati d’oro, i bambini cominciavano ad assediarci così che Bollea li invitò ad andare in terrazza, “in libertà” disse, se lo desideravano. Mia moglie era preoccupata che facessero sfracelli, io personalmente che non pencolassero oltre la balaustra fortunatamente abbastanza alta. Aveva ragione mia moglie, e questo confermava l’idea di superiorità delle donne che Giovanni spesso esternava, tra il lusco e il brusco, tra i suoi libri e le sue conversazioni pubbliche o private. Dopo poco venne fuori dalle proteste generali e dal portiere dello stabile che i pargoli avevano messo mano all’innaffiatoio senza risparmiare nessuno ai piani inferiori e giù, nel cortile.

Non credo che ci sia stata persona che sia potuta rimanere indifferente nelle dosi più varie di fronte a Giovanni Bollea. Ha riempito senza risparmiarsi la sua vita e la vita degli altri, di ogni età e con ogni genere di coinvolgimento, di una linfa speciale, di cuore e cervello. Un artista dell’essere, davvero, che questa linfa esistenziale sapeva come mescerla. Persone come lui non morendo mai del tutto sono forse il vero obbligo ad andare avanti. Parola di padre.

Tratto dalla rubrica “Indietro Savoia“, notizie.tiscali.it