Effettivamente, anche in tempi di bunga bunga ci sarebbe altro di cui parlare. E scrivere. Soprattutto altre donne, che non vendono il proprio corpo ma mettono il loro ingegno al servizio del progresso, per esempio quello scientifico. Donne come Fabiola Gianotti, che al Cern di Ginevra (il più grande laboratorio al mondo di fisica delle particelle) dirige uno dei più importanti esperimenti dell’LHC (Large Hadron Collider, il più avveniristico acceleratore di particelle mai costruito) al cui interno gli scienziati cercano di ricreare la condizione dell’universo a pochi istanti dal Big Bang. E, con essa, il bosone di Higgs, la particella primigenia, la “particella di Dio” (posto che esista, almeno la particella).

E donne come Emilia Vinas e Nuria Moreno, protagoniste di L’energia del vuoto, l’ultimo romanzo di Bruno Arpaia (Guanda, 264 pag. ,16,50 euro), ambientato, appunto, al Cern di Ginevra. Un romanzo avvincente e importante. Avvincente per la trama, che mescola sapientemente il thriller con la road story, e per i personaggi molto ben caratterizzati. Importante perché porta in primo piano, illuminandosi e illuminandoci, la scienza più pura e insieme visionaria, la fisica che indaga sulla nascita dell’universo, vista attraverso gli umanissimi comportamenti e problemi di uomini e donne che cercano, anche, se stessi.

Un romanzo «iper romanzesco» l’ha definito Antonio Franchini, editor di lungo corso (oggi è direttore della Narrativa Mondadori) e amico dell’autore, alla presentazione del romanzo. Una presentazione, anch’essa, interessante e atipica grazie alla presenza di Giulio Giorello, brillantissimo filosofo della Scienza, felicemente sorpreso di essere incappato in un romanzo in cui “le tematiche della vita mettono vita nelle equazioni”. E dove la fisica è romanzata ma le teorie e il dibattito scientifico che ne consegue sono impeccabilmente esposti.

Nel romanzo s’intrecciano diverse storie su piani temporali sfalsati: c’è la fuga di Pietro, funzionario italiano all’Onu, che scappa da misteriosi inseguitori portandosi appresso il figlio Nico e lasciandosi alle spalle Ginevra e la crisi matrimoniale con Emilia, sempre più presa dal suo lavoro (è responsabile di uno degli esperimenti con l’LHC, praticamente un alter ego romanzato di Fabiola Gianotti) e sempre meno da Pietro.

C’è la sfida che un gruppo di fisici ingaggia con altri scienziati per far prevalere una teoria su un’altra, in una sorta di fondamentalismo scientifico che finisce per appoggiare il sabotaggio dell’esperimento dell’LHC ordito dal gruppo di fondamentalisti islamici che ha fatto crollare la Tour Eiffel (siamo in un futuro vicino).

Ma, soprattutto, c’è Nuria, la giornalista spagnola giunta al Cern per realizzare un servizio per il suo giornale e conquistata da quel mondo e da quelle teorie (dalla relatività di Einstein alla teoria delle stringhe passando per Susy, che non è una donna ma sta per Supersymmetry) tanto lontane da lei, eppure così vicine per lo spirito d’avventura insisto in chi le ha elaborate.

Nuria è lo strumento attraverso il quale il romanziere si fa appassionato divulgatore scientifico (così come ne L’angelo della storia si faceva appassionato indagatore dell’anima, prima che biografo, di Walter Benjamin). La giornalista domanda e gli scienziati rispondono, trascinando lei e noi in un gorgo di elettroni e neutroni e bosoni e passioni, una su tutte quella per la conoscenza. E aiutandoci a capire come la scienza non sia affatto arida ma produca i suoi migliori risultati grazie a ingenti dosi di fantasia e immaginazione. “Non sono poi tanto diversi gli occhi con cui i fisici e i romanzieri guardano il mondo”, mette in bocca Arpaia a Nuria a pagina 135. È il manifesto del libro, e anche il suo bello.

di Valeria Gandus