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di PierGiorgio Gawronski | 17 gennaio 2011

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Fiat e Fiom: le sfide aperte

Archiviato il referendum di Mirafiori, restano aperte alcune partite economiche, sindacali, e politiche, intorno a questa vicenda che ha diviso l’Italia.

Sopravviverà la Fiat fino al 2015? Marchionne si muove con abilità, ma viaggia sul filo del rasoio. Il settore dell’auto è un oligopolio globale difficile da affrontare, per diverse ragioni. Innanzitutto, per competere, occorre una dimensione minima: non solo per realizzare le necessarie economie di scala, ma anche per avere un “peso” strategico adeguato nella partita delle alleanze e dell’eliminazione reciproca. La Fiat non ha queste dimensioni; e la soglia dei sei milioni di vetture l’anno – indicata dallo stesso Marchionne – non è ancora alla sua portata.

In secondo luogo, nel mondo c’è un eccesso di capacità produttiva che non pare transitoria, bensì endemica: i paesi in via di sviluppo sostengono artificialmente l’auto perché la considerano un volano per l’industrializzazione; nei paesi avanzati, invece, è la grande dimensione degli impianti a indurre i governi ad intervenire in difesa dei posti di lavoro. Per raggiungere i suoi obiettivi, Marchionne scommette sul boom dell’economia mondiale, e sulla possibilità di eliminare dal gioco qualche concorrente, che però ha un’idea diversa del proprio futuro. Infine, la strada della Fiat è già in salita: le vendite - oggi come oggi – non vanno bene; e i nuovi modelli ancora non si vedono.

Riuscirà Marchionne a governare l’impianto di Mirafiori, dove obiettivamente, “il progetto della Fiat non ha raccolto il consenso degli operai” (Camusso)? Proverà a ricucire con quegli operai che sentono di essere stati umiliati nei loro diritti fondamentali? A questo proposito, entrambe le parti (i rappresentanti Fiat lontano dai taccuini, quelli Fiom pubblicamente) auspicano una ripresa delle trattative. Non sarà facile. Per riuscirci, Marchionne dovrà offrire alla Fiom (che rappresenta ormai il 46% dei lavoratori) una rappresentanza sindacale anche se la legge non le riconosce questo diritto; a costo di scontentare gli altri sindacati. Perché se non è proprio vero che “non si governa un luogo di lavoro con l’autoritarismo”, è anche vero che sarebbe molto meglio “continuare a ragionare insieme su come si fa a stare dentro la fabbrica” (ancora Camusso). Su questo punto, Marchionne potrebbe rivelarsi più saggio del ministro Sacconi, che rifiutando di legiferare sulla rappresentanza, e con le sue dichiarazioni, punta ad isolare la Fiom. Ma per il leader della Fiom Landini favorire una ripresa delle trattative è ancora più difficile. Non si può trattare senza riconoscere legittimità al proprio interlocutore. La retorica degli operai “umiliati” e “ricattati” non consente dialogo.

Le condizioni “dure” dell’accordo fra Marchionne e i sindacati firmatari non nascono da una volontà di umiliare gli operai, né di imprimere una svolta politica al paese. Non nascono neppure dalle pressioni della globalizzazione, se è vero che tedeschi, giapponesi e americani producono auto con discreto successo. Nascono da una situazione di difficoltà obiettiva, dell’economia e dell’azienda, speriamo momentanea, che non si è inventato Marchionne. Le posizioni di Marchionne si possono e si devono discutere, ma solo dopo aver riconosciuto la loro legittimità. Il diritto di sciopero, per esempio, sul piano individuale resta vigente in qualsiasi momento, e se indetto dai sindacati resta vigente in quasi tutti i giorni dell’anno; non è “reazionario” regolamentare il diritto di sciopero, purché possa continuare ad esprimersi con efficacia. La riduzione delle pause è “dura”, ma non “disumana”. E così via. L’accordo lascia ampi margini all’interpretazione delle parti: la Fiom potrebbe svolgere un ruolo importante, vigilando sulle eventuali forzature dell’azienda. Ma per farlo dovrebbe sconfessare la linea “dell’indignazione”, accettare l’accordo (senza retro pensieri), rientrare in fabbrica. Sarà difficile. Ma la “vittoria morale” del 16 gennaio sarà effimera se non viene capitalizzata.

Riuscirà il centro destra del dopo Berlusconi, che già si delinea, ad usare la vicenda Fiat per cambiare le relazioni industriali del paese, affondare i contratti nazionali di settore, indebolire la stessa Confindustria (che su quei contratti fonda la sua ragion d’essere), e lanciare un progetto-paese Tremonti-Sacconi-Brunetta-Gelmini? Sacconi si augura che la vittoria dei sì “apra una nuova fase nelle relazioni industriali”: propone un’alleanza fra poteri forti, in cui anche quei sindacati che ci stanno avranno la loro fetta. Si augura “tante Mirafiori”, la fine della contrattazione nazionale: che avrebbe tra le sue conseguenze un indebolimento delle tutele sociali.

Dall’altra parte, Bersani trova le parole giuste: “Il risultato [del referendum, nda] va rispettato, ma va rispettato anche quel tanto di disagio che rappresenta”. E dopo? Due donne si oppongono al progetto della destra: Emma Marcegaglia, e il Segretario Generale della Cgil Susanna Camusso. Che vorrebbe usare il 47% dei “no” di Mirafiori per riportare Marchionne nel sistema Confindustria: l’opposto di quel che spera Sacconi. Chiede alla Fiom di aiutarla, ma per ora Landini non ci sente. Chiede alla sinistra politica di aiutarla, ma per ora, come dice lei stessa, la sinistra “non ha un’idea, non ha una bussola”. Auguri, Camusso!

Leggi anche: Il Pd dopo Mirafiori

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