di Guido Mula*

In questi giorni è nuovamente in discussione il disegno di legge di riforma dell’Università alla Camera dei Deputati. Fin dall’inizio la maggioranza ha fatto tutto il possibile per limitare la discussione parlamentare e per evitare qualunque confronto. Per protesta contro questa situazione e per proporre idee diverse, i ricercatori si sono mossi in modo compatto per avere un provvedimento che davvero migliori l’università, la ricerca, la didattica, il merito, non solo a parole. Il Governo è rimasto sordo a qualunque dialogo, nonostante l’accorato appello del Presidente della Repubblica. Anche diversi rettori si stanno opponendo all’approvazione forzata della legge, rimanendo inascoltati.

I ricercatori si sono quindi sentiti obbligati ad un gesto forte, per cercare di far breccia nel muro, scegliendo di salire sui tetti in diverse città: Roma, Milano, Torino. Non sono saliti da soli, con loro ci sono precari, studenti, professori. Tutti uniti per chiedere che l’iter della legge venga fermato. E’ un gesto forte, perché è gravissimo quello che si sta verificando in queste ore.

Ieri su questo blog ho postato una lettera aperta al Senatore Valditara, relatore del disegno di legge al Senato e vicecapogruppo Fli. Il Senatore ha risposto e qui di seguito trovate la mia risposta alla sua lettera.

Caro Prof. Valditara,

E’ significativo e importante che lei spenda del tempo per rispondere alla mia lettera aperta, in modo pubblico, così come il fatto che stamattina presto lei abbia risposto ad una collega tra i commenti alla sua lettera, segno che non si è limitato a scrivere due righe ma che segue il dibattito con attenzione. Nella sua lettera però non parla del merito della legge, riparandosi dietro ad una divergenza di opinioni, ma solamente di soldi, che sono una parte certo fondamentale del problema ma non sono tutto il problema, e di quello che manca nella legge.

Vorrei iniziare da qui citando una sua frase: “Manca tuttavia l’idea di fondo e più importante: la considerazione della centralità della ricerca e dell’istruzione.” Ora, mi permetto di farle osservare che le università esistono per fare due cose, inscindibili: didattica e ricerca. Se una riforma dell’università, stando perfino alle sue parole, non tocca questi due aspetti sui quali il ministro batte tanto, a cosa serve tale riforma? Solo per affidare il governo dell’ateneo in mano sostanzialmente a persone esterne e per bloccare l’università dietro una valanga di decreti e regolamenti da stilare dopo l’approvazione della legge?

Molte altre cose sono già state sottolineate dai colleghi che hanno commentato la sua lettera. Mi pare significativo tuttavia che lei critichi pesantemente le strategie finanziarie del governo (o piuttosto la loro assenza) e contemporaneamente accetti per qualche briciola il votare a favore di una legge che non porta a nulla di costruttivo in una università lasciata alla deriva e senza soldi. Il miliardo di cui parla lascia sempre 500 milioni di euro di tagli. I recuperi degli scatti sono per pochi, non ci sono soldi per risolvere neanche parzialmente il problema dei precari della ricerca, non c’è nessun disegno strategico per l’Università, a parte nelle parole.

Caro Professore, lei dice “Voi sapete che su alcuni punti le nostre posizioni sono differenti.” Si, lo sappiamo. Così come sappiamo che non è mai davvero stato aperto un dialogo con noi, con chi si oppone a questa riforma proponendo idee diverse, che non sono neanche mai state prese in considerazione. Dov’è la ragione della fretta che impedisce il dialogo? Per quali motivi è così fondamentale approvare subito una riforma che non mette ricerca e didattica al centro?

Nella cosiddetta riforma meritocratica, inoltre, non si parla mai del contesto in cui l’università dovrebbe operare, dimenticandosi il fatto che il Ministero stesso ha delle corresponsabilità di rilievo nella situazione attuale quando si permette di valutare i progetti dopo anni e anni, di fare i bandi annuali ogni due anni, di non garantire mai finanziamenti congrui nei progetti di ricerca, di non permettere alle università di conoscere i propri finanziamenti in prospettiva (non è stato ancora dato neanche il finanziamento 2010) pur chiedendo loro una programmazione triennale.

Caro Professore, l’università ha bisogno di una riforma, ma non di questa riforma. Ha bisogno di una riforma che la inserisca in un contesto dove il merito è possibile perché chi fa ricerca e didattica ha i fondi per farlo, dove ricerca e didattica sono al centro dell’attenzione, dove c’è responsabilità, valutazione, dove c’è prospettiva, progettazione, strategia.

Qui non c’è nulla di tutto ciò. Le rinnovo quindi il mio pressante invito, se ci tiene davvero all’università, a bloccare una riforma che non ha praticamente nulla a che vedere con gli obiettivi che dice di avere e che, stando alle sue stesse parole, non permetterà di ripristinare quelle priorità di didattica e ricerca che sono le uniche a poter dare prestigio e lustro alle Università e all’Italia stessa.

Se il DdL passerà, i ricercatori resteranno indisponibili, dedicando più tempo alla ricerca e mettendo una volta di più in evidenza come non sia possibile costruire il funzionamento dell’Università sul volontariato della sua classe docente (non solo dei ricercatori) in assenza di qualunque strategia. Non servono promesse di posti di associato se non c’è niente intorno.

*Rete 29 aprile