La RAI – la nostra concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo – in forza della disciplina vigente dovrebbe svolgere la sua attività in conformità a quanto previsto oltre che dalla legge, anche da un contratto con il quale, ogni tre anni, lo Stato, attraverso il Ministero dello viluppo economico, stabilisce, nel dettaglio, le obbligazioni cui la RAI è tenuta ad adempiere in qualità, appunto, di concessionaria pubblica.

Il contratto di servizio pubblico è una delle tante ipocrisie italiane posto che entrambe le parti sostanziali dell’accordo fanno capo al Governo e “prendono ordini” da chi siede sulla poltrona più alta di Palazzo Chigi: lo Stato, infatti, firma il contratto attraverso il Ministero dello Sviluppo Economico mentre, dall’altra parte, la RAI, ha nella propria compagine sociale, per il 99.56% il Ministero dell’Economia e per il restante 0.44% la SIAE.
Ovvio che il Ministero dello Sviluppo economico e, dunque, il Governo, non contesterà mai alla RAI e, quindi, ancora una volta allo stesso Governo – come infatti non ha mai contestato – l’inadempimento ad una delle tante obbligazioni assunte da quest’ultima attraverso, appunto, il contratto di servizio pubblico.

Al riguardo è, d’altro canto, sintomatica la circostanza che navigando nel sito del Ministero dello Sviluppo economico, mentre si trova ogni genere di link e banner a pagine relative alle più disparate aree di competenza del Ministro Romani, non si trovi neppure una pagina relativa alla RAI.

Se volete vivere un’esperienza esilarante ma, ad un tempo, illuminante circa la realtà italiana nella quale viviamo, provate ad accedere all’area del Dipartimento per le comunicazioni del Ministero di Romani e, dopo aver vanamente navigato in giro alla ricerca della parola “RAI”, lanciate una ricerca con tale espressione nell’apposito motore di ricerca.

La risposta è di quelle che valgono più di mille parole: “Parola cercata ‘RAI” – La ricerca non ha prodotto risultati”; qui il link per gli increduli.

L’evidente conflitto di interessi che si registra anche a proposito del contratto di servizio pubblico e la conseguente sostanziale inattività della parte committente – il Ministero dello Sviluppo economico – nei confronti della concessionaria RAI è un vero “peccato democratico ed istituzionale”.

Il contratto di servizio pubblico, infatti, contiene l’assunzione da parte di RAI di una serie di obblighi relativi all’esercizio della propria attività che se puntualmente adempiuti, renderebbero, certamente, migliore il nostro servizio pubblico radiotelevisivo.

Si tratta, tra gli altri, di obblighi in termini di garanzia del pluralismo, di imparzialità dell’informazione, di programmazione per bambini, di rispetto di principi di obiettività ed etica, di garanzia della qualità dei contenuti prodotti e distribuiti e di innovazione tecnologica.

Ecco un assaggio di tali obblighi tratto dall’art. 2 dello schema di contratto pubblico di servizio relativo al periodo 2010-2012: la RAI deve “garantire il pluralismo, rispettando i principi di obiettività, completezza, imparzialità, lealtà dell’informazione, di apertura alle diverse opinioni e tendenze sociali e religiose…”.

Obblighi il cui rispetto, ad esempio, varrebbe a porre fine allo scempio della “colonizzazione governativa” dei telegiornali di punta della concessionaria pubblica radiotelevisiva ed ad imporre l’immediato allontanamento dall’azienda di quanti hanno determinato – o semplicemente permesso che si determinasse – tale colonialismo.

Sin qui, sfortunatamente, nulla di nuovo per gli addetti ai lavori.

E’ così, più o meno da sempre, con l’aggravante che, ora, a Palazzo Chigi e, quindi, nella “cabina di regia” della RAI siede anche il “regista” della principale concorrente della televisione di Stato e al Ministero dello Sviluppo economico un suo buon amico e sodale.

C’è però, in questo scenario già inquietante al quale si fa davvero fatica a rassegnarsi e del quale, credo, non bisognerebbe mai stancarsi di parlare, un dato nuovo difficilmente decifrabile e del quale, pure, va dato conto.
Il vecchio contratto di servizio pubblico è scaduto il 31 dicembre 2009 e nel febbraio del 2010 è stato ultimato l’iter parlamentare per la formalizzazione del nuovo contratto, quello, appunto, destinato a disciplinare – per quel poco che vale – i rapporti tra lo Stato e la sua concessionaria di servizio pubblico nel periodo tra il 1° gennaio 2010 ed il 31 dicembre 2012.

Siamo, ormai, quasi ad un anno dalla scadenza del vecchio contratto ma, benché sia tutto pronto, il Ministro Romani non ha sin qui provveduto alla firma del nuovo contratto.

Perché? Se ne è semplicemente dimenticato? Ritiene di porre fine a questa ulteriore italica ipocrisia e di mettere, finalmente, nero su bianco che la RAI, purtroppo, appartiene a chi Governa ed in percentuale minore a chi dovrebbe fare opposizione? O, forse, c’è qualche ragione più inconfessabile che ostacola la firma del nuovo contratto?

Difficile a dirsi ma la certezza è rappresentata dalla circostanza che la nostra concessionaria pubblica radiotelevisiva sta agendo da quasi un anno in esecuzione – si fa per dire – di un contratto ormai superato dal calendario e dagli eventi.

Anche a prescindere da ogni altra considerazione, questo significa, almeno, che il contratto di servizio pubblico per come viene oggi interpretato e gestito è, sfortunatamente, del tutto inutile.

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