Illustrazione di Emanuele Fucecchi

C’è un inquietante parallelo di stampo veltroniano tra Firenze e Bastia Umbra. A parti invertite. Matteo e i suoi rottamatori citano telefilm e cartoni. Gianfranco invece parla di Moro e Berlinguer. Cerco di farmene una ragione. Sono entrambi epigoni di un leaderismo opportunistico?

Esiste più di un sospetto per Fini, a partire dal logo del movimento. Allora mi riguardo un video del convegno di Futuro e libertà, con i miei occhietti da illustratore: Fini che si mette la maglia nera fighetta del movimento. Gli viene offerta da un ggiòvane. Sfodera le modeste spallucce (sì, Fini porta sempre giacche imbottite che lo stampellano) nella ovazione generale e la indossa. Ci sta strano, è surrettiziamente giovanilistico. Inizia a parlare. Ha qualcosa di chioccio nella voce. Stentoreo e nasale al tempo stesso. Sfodera contemporaneismi insieme a tattiche opache. Il bisogno di uscire dal berlusconismo è immenso, toglie l’aria. Le parole di Fini sono comunque boccate di ossigeno. Ha detto anche cose belle (a parte le orride ma significative citazioni della Marcegaglia).

Però bisogna stare attenti. Non si può scegliere spinti dalla disperazione. Che la fine del berlusconismo comporti finalmente anche la fine del duopolio veltron-dalemiano e quindi ahimè dell’onesto Bersani, è cosa ormai scontata. Però bisogna uscirne con le gambe giuste, sia la destra che la sinistra. Bisogna farsi dare dei passaggi, consapevoli che la destinazione è più lontana. “Il berlusconismo (come il leaderismo) non è un’anomalia, un’insorgenza patologica, ma qualcosa che permea l’autobiografia di questo paese”. Queste sono le parole giuste che vengono da un’analisi più profonda e che guarda oltre. Non a caso sono di Nichi Vendola. Finora lui è uno dei pochi che ha indossato solo cose gli appartengono, da leader “vero” prima che da vero leader.