di Isabella Milani
Qualche sera fa una cena con amici si è trasformata in una tavola rotonda tutt’altro che allegra sul tema dell’eutanasia. Capita, quando vieni a sapere di qualcuno che ha anche solo la possibilità di trovarsi in coma, o in balìa di qualche malattia senza speranza che renda impossibili tutti i movimenti, la parola, la comunicazione con il mondo esterno. Alla fine della serata, però, ognuno torna a casa con la sua idea, la stessa che aveva a pranzo. Ma serve, parlarne, ogni tanto.

Sull’argomento ho le idee chiare. Non voglio imporle a nessuno, sia ben chiaro. Ma vorrei che nessuno imponesse le sue a me.
Se il mio credo è “la vita è mia e la gestisco io”, e decido di staccare eventuali spine, lasciatemelo fare. Io ho una vita sola, non vedo perché dovrebbero decidere altri per me.
Se non credo in nessun dio e decido di staccare eventuali spine, lasciatemelo fare. Se poi, dopo la morte, scopro che il dio dalla barba bianca è lì con il battipanni in mano ad aspettarmi, me la vedrò io con lui. Voi non preoccupatevi: è una cosa fra di noi. Non vi deve riguardare.
Se credo in Dio e voglio tenere attaccata la spina, lasciatemelo fare. Vi costerà un po’ di corrente elettrica, ma una vita è una vita,ed è sacra.

Penso alle cose che ci fanno sentire vivi.

Correre, per esempio. Ridere a crepapelle. Avere un bambino. Fermarsi un momento a guardare l’alba. Passeggiare in montagna e urlare “ehi!” per sentire se c’è l’eco. Assaggiare un tiramisu squisito. Assistere al miracolo del primo passo del nostro bambino. Amare. Piangere. Rimpiangere. Provare commozione guardando la scena finale di “Schindler’s list”. Inspirare profondamente per sentire l’odore del mare in burrasca. Stupirsi e indignarsi. Sorridere e strizzare l’occhio. Fare una bella litigata chiarificatrice. Leggere un libro e viaggiare con la mente. Abbracciare una persona cara. Accarezzare il volto vecchio di nostra madre. Sognare di diventare qualcuno. Cantare. Cucinare un piatto speciale per gli amici. Fare una festa a sorpresa. Passeggiare in mezzo agli ulivi per raccogliere le violette. Avere il libero arbitrio e decidere se peccare o fare una azione santa. Sperare. Cantare forte o sussurrare una canzone struggente. Abbracciare nostro padre che si prende cura di noi. Infuriarsi perché qualcuno pretende di scegliere per noi, con la scusa che la vita è sacra. Protestare. Urlare che siamo stanchi.

Se una persona non può fare neppure una di queste cose, è davvero vita, la sua? Che senso ha obbligarla a stare qui? Che cattiveria è quella di obbligare i suoi cari a vegliare un involucro vuoto di vita?
Se la sofferenza di una persona è superiore ad ogni desiderio di vita, che crudeltà è quella di obbligarla a vivere?

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