Due storie di cronisti minacciati (uno in Sicilia l’altro in Calabria) che non riguardano solo il giornalismo ma proprio la politica: la nostra

Non è una storia importante, quella di Pino Maniaci e di TeleJato. Si svolge in un pezzo d’Italia (Partinico e dintorni) in cui la mafia comanda da quasi cent’anni, tollerata da Crispi, Giolitti, Mussolini, Fanfani, Andreotti e infine Berlusconi. Non è un’Italia importante, infatti, Partinico; si può ben delegarne il controllo, in cambio di qualche voto, a Cosa Nostra.

E tutto va avanti così, banalmente, una generazione dopo l’altra. L’Italia civile, ogni tanto, manda giù una telecamera: un servizio, una fiction, un’ora di folklore.

Finché, improvvisamente, ti spunta una telecamera indigena, che senza sapere un cazzo d’informazione comincia a fare informazione davvero. Cioè ventiquattr’ore sul ventiquattro, dal basso, in mezzo alla gente del luogo e con parole locali. Ridendo e sputtanando i boss locali: “Tano Seduto!”. “Fardazza!”.

Si chiami Peppino Impastato o Pino Maniaci, il giornalista indigeno non è mai preso sul serio (da vivo) dai giornalisti ufficiali.

Ci volle del bello e del buono, l’anno scorso, per fare ottenere un tesserino a Pino. Dovette fiondarsi a Palermo il presidente dell’Ordine in persona, Iacopino, e imporlo ai riluttanti colleghi locali alcuni dei quali (Lazzaro Dantuso e Mannisi) minacciarono di uscire dall’Ordine se vi fosse stato accolto Maniaci.

Seguono alcuni mesi “normali” (la solita pastasciutta, le solite minacce, i soliti tg sui Fardazza, le solite aggressioni in piazza) in cui Pino, senza far troppo caso dei “colleghi”, continua a tirare la carretta di TeleJato paziente e imperturbabile come un somaro.

Poi, con l’estate, arriva un bel regalo: un lbro di un collega “antimafioso” (vedi pag.4) che dedica a TeleJato un capitolo intero: per dire che è tutta una buffonata e che Pino è un ciarlatano.

Caselli, don Ciotti, i “vecchi” di Radio Aut e dei Siciliani, l’antimafia insomma, si mettono pubblicamente accanto a Pino. I più intimi lo consigliano: “Eddài, non te la prendere, sono cose che passano, continua a fare il tuo dovere”.

E lui pazientemente riafferra le stanghe e si rimette a tirare, povero e indifferente come prima. Il collega calunniatore intanto fa carriera e finisce in Rai: e non da Bruno Vespa ma da Santoro. Così va il mondo.

Maniaci perde la pazienza, ma brevemente, soltanto quando l’ennesima minaccia (che Procura e Scientifica valutano fra le più dure in assoluto) colpisce non più solo lui, ma anche la sua famiglia. Dice alcune parole, ad alta voce. Eppoi si rimette a lavorare. “Noi non ci fermeremo”.

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Parlo di Pino perché sono siciliano, e mi è quindi più facile scrivere su di lui. Ma un caso abbastanza simile, quasi contemporaneamente, si è verificato in Calabria (vedi Ucuntu 18 ottobre) dove il cronista Luigi Musolino, più volte minacciato dalla ‘ndrangheta, viene trasferito d’autorità dopo aver fatto dichiarazioni su politici non propriamente antimafiosi. Il suo direttore è uno “di sinistra”, Sansonetti, il cui riferimento politico, se non ho perso qualche puntata, è addirittura Vendola. Che certo, come Santoro, non è tenuto a occuparsi di tutti i particolari, e in particolare della sorte di un misero cronista calabrese o siciliano.

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Torniamo su questi due nomi, che i nostri lettori (e di non molti altri giornali) già conoscono, perché li riteniamo importantissimi per il nostro mestiere, per il nostro Paese, e per lo schieramento politico cui apparteniamo, la sinistra.

Maniaci e Musolino non sono dei semplici giornalisti. Giù da noi, sono il giornalismo.

Maniaci e Musolino non sono dei semplici giornalisti. Giù da noi sono le sentinelle della Nazione, sono l’Italia.

Maniaci e Musolino non sono un problema della sinistra. Giù da noi sono il problema.

Nel momento in cui (forse) riusciamo a cacciar via Berlusconi, a ridarci un governo, saremo noi di sinistra in grado di governare meglio di prima, di affrontare con la durezza e serietà che in passato è mancata i problemi vitali: la mafia, l’informazione libera, la non-dignità sul lavoro?

Nei casi di Musolino e Maniaci compaiono esattamente questi temi. Con nemici e responsabili di destra ma con un’immensa miopia – colpevole – da sinistra.

Perciò io qui chiedo formalmente a Santoro di esprimere pubblicamente solidarietà a Maniaci (finora non l’ha fatto) e a Vendola di prendere pubblicamente le distanze da Sanonetti (non l’ha fatto). Insomma di sostenere per quanto possibile la nostra antimafia povera e paesana, scegliendo i militanti sul campo e non i cortigiani.

Mica siete obbligati, caro Michele e caro Nichi, a comportarvi così impoliticamente.

Se non lo farete continuerò e sostenervi per disciplina e dovere, bugia nen, come un sergente sabaudo. Se lo farete, sarete molto più che dei re (o dei politici) per me e per quelli come me: sarete dei compagni.

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