Finita la sceneggiata in Parlamento della fiducia sui cinque punti (un numero maggiore avrebbe confuso quei leghisti che per contare usano la punta delle dita) è iniziato l’epilogo di questa legislatura.

Esiste una probabilità non trascurabile che il gabinetto Berlusconi venga sostituito da un esecutivo “di salute pubblica” con il mandato di riscrivere la legge elettorale. Al momento pochi credono a questa eventualità, ma quando i caporioni si renderanno conto che l’attuale meccanismo al Senato rischia di scatenerebbe un putiferio, la ragionevolezza potrebbe prevalere (un’analisi seria e circostanziata sui possibili risultati con il Porcellum e sul perché Berlusconi non è più tanto sicuro di vincere la trovate sul sito NoiseFromAmerika).

Ma che riforma sarebbe auspicabile? Come sappiamo tutti, uno dei difetti maggiori del Porcellum calderoliano è l’esproprio del diritto di scelta dei parlamentari da parte dei leader di partito. Questa stortura costituisce uno dei cardini su cui la casta si regge e si solidifica, nonché la fonte del potere di ricatto del potente di turno (oggi Berlusconi e Bossi, domani un altro anche peggiore). Ma tra le proposte di riforma che periodicamente vengono sbandierate o riesumate, secondo me, nessuna appare adeguata a restituire effettivamente la scelta agli elettori. Reintrodurre la preferenza significherebbe spostare il potere dai leader di partito ai cacicchi locali e a chi può spendere a piene mani per la campagna elettorale (come infatti avviene per le europee). Se si istituisse il collegio uninominale, nella stragrande maggioranza dei casi, i candidati verrebbero comunque indicati dai partiti. Anche se si imponessero per legge le primarie di collegio rimane alta la probabilità che prevalgano i beniamini degli apparati, i politici di professione o i candidati con molti soldi a disposizione (tre caratteristiche che spesso identificano la stessa persona). Anche il limite di due o tre mandati è un rimedio che ha una seria controindicazione: è vero che garantisce in parte il ricambio, ma espone al rischio che i parlamentari all’avvicinarsi della scadenza del termine siano più sensibili alle sirene degli interessi forti (tanto non dovranno rendere conto all’elettorato) e più disponibili alle dazioni, come le chiamava Di Pietro ai tempi d’oro.

Rimuginando su queste amenità in un pomeriggio di domenica autunnale mi è venuta voglia di giocare al piccolo Sartori. Senza la pretesa di aver trovato la panacea di tutti i mali, per infliggere un colpo mortale alla casta e ridare sul serio il potere di scelta agli elettori si potrebbe introdurre il sistema uninominale (possibilmente a doppio turno), ma con l’aggiunta di una piccola regola.

In quei collegi dove la metà degli aventi diritto al voto non si reca alle urne, l’elezione è invalida e deve essere ripetuta entro un mese. Coloro che si erano candidati in quel collegio non possono più ripresentarsi, né in quel collegio né in altri per almeno 5 anni. Insomma l’elezione deve ripetersi, ma con candidati completamente nuovi. Nessun cittadino nella stessa tornata elettorale può candidarsi in più di due collegi (per la stessa Camera). Se neanche quando l’elezione viene ripetuta, la metà degli elettori si reca alle urne, ci possono essere diverse soluzioni. Invito i lettori a dare sfogo alla fantasia e fare delle proposte nei commenti. Per parte mia mi limito a suggerire che il parlamentare venga estratto a sorte tra le persone residenti nel collegio che abbiano compiuto i 25 anni e che non abbiano riportato condanne penali.

In questo modo si dà l’opportunità agli elettori di esprimere una specie di voto di sfiducia sulla classe politica. Allora vedremo se per davvero chi siede in Parlamento, a cominciare dal Primo Ministro, incarna davvero la volontà popolare. Berlusconi ad esempio sbraita che gli Italiani lo amano e che i sondaggi sono un tripudio di percentuali a suo favore. Allora non dovrebbe avere paura di dimostrare che sono veri. Ma io scommetto che non si arrischierà a provare. E l’opposizione?