Ogni anno centinaia di milioni di euro lasciano le casse dello Stato sotto forma di contributi all’editoria: oltre 360 milioni quelli stanziati, nel bilancio dello Stato, per il solo 2010. Di questi, decine e decine di milioni – oltre 40 milioni nel solo 2008, secondo gli ultimi dati resi disponibili dal dipartimento dell’editoria della Presidenza del Consiglio (n.d.r. per averne conferma, grazie alla totale assenza di una politica della trasparenza o, piuttosto, per effetto di un po’ di vergogna, bisogna armarsi di calcolatrice e sommare uno ad uno gli importi riconosciuti ai diversi editori elencati nelle tabelle in .pdf pubblicate dalla Presidenza del Consiglio) – vanno ad arricchire le tasche di imprese editrici di quotidiani e periodici organi – di nome o di fatto – di movimenti e partiti politici. Si tratta, molto spesso, di quotidiani e periodici che non arrivano neppure nel circuito delle edicole o che, se vi arrivano, vendono qualche decina di copie ogni giorno.

L’attuale disciplina, risultato della stratificazione pluridecennale di leggi e leggine scritte trasversalmente dagli amici degli amici e per gli amici degli amici, tuttavia, stabilisce che ciò che conta è la tiratura dichiarata e non le copie effettivamente vendute. Basta quindi dichiarare di aver stampato qualche decina di migliaia di copie o, magari, stamparle sul serio e distribuirle – gratuitamente o quasi – nel corso di questa o quella manifestazione, per assicurarsi centinaia di migliaia – in taluni casi – persino milioni di euro di contributi, ogni anno. Sin qui è storia nota.

Una delle tante pagine buie della nostra storia alla quale – chi più consapevolmente e chi meno – ci siamo tutti dovuti rassegnare, magari con l’augurio che, prima o poi, si sarebbe voltata pagina. Difficile, però, immaginare che la nuova pagina sarebbe stata più buia della precedente. Sta, invece, accadendo esattamente questo e, naturalmente, sta accadendo nel silenzio dei più, secondo il più scontato copione italiano.

Con il Decreto Legge n. 112 del 2008, Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria, il Governo ha, in sostanza, delegato sé stesso – nella persona del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’editoria, Paolo Bonaiuti – ad emanare misure di semplificazione e riordino della disciplina di erogazione dei contributi all’editoria. Con il medesimo Decreto, lo stesso Esecutivo ha, altresì, fissato i criteri guida per l’adozione di tali misure, tra i quali – al primo posto – spicca l’esigenza di prevedere che i contributi siano erogati sulla base della prova dell’effettiva distribuzione e messa in vendita della testata (al posto della attuale dichiarazione relativa alla tiratura). Evviva, deve aver esclamato qualcuno del partito trasversale degli onesti, all’indomani del varo del Decreto.

Ma basta leggere lo schema del provvedimento che il Governo, nei mesi scorsi, ha sottoposto all’esame delle Commissioni Parlamentari competenti e del Consiglio di Stato, per spegnere ogni entusiasmo. Il Decreto recante Riordino della disciplina di erogazione dei contributi all’editoria che il Governo – ottenuti ormai quasi tutti i pareri necessari – si avvia ad approvare, infatti, riduce e razionalizza i contributi dovuti alla più parte delle cooperative di giornalisti ed imprese editoriali e prevede effettivamente che i contributi da riconoscere a tali categorie di beneficiari siano dovuti solo a fronte della prova dell’effettiva distribuzione e vendita di talune percentuali di copie e siano commisurati – almeno quanto alla parte variabile – alle vendite effettive. Lo stesso provvedimento, tuttavia, attraverso una fitta ed inestricabile serie di disposizioni e rimandi, sottrae dall’applicazione di tali nuove regole proprio le testate riconducibili a partiti e movimenti politici, in relazione alle quali, conferma il ricorso al vecchio meccanismo di sempre: quello secondo il quale è sufficiente dichiarare una certa tiratura per accedere a contributi milionari.

Si tratta, peraltro, di un’astuzia che non è, del tutto, sfuggita al Consiglio di Stato che, però, o non l’ha compresa sino in fondo o ha finto di non comprenderla. Scrivono, infatti, i Giudici del Supremo Collegio: “…sembra si debba dedurre l’inclusione, tra i soggetti indicati al comma 3 dell’art. 1 dello schema (n.d.r. si tratta dell’elenco delle imprese alle quali dovrà applicarsi il nuovo meccanismo per il riconoscimento dei contributi) delle imprese editrici di quotidiani e periodici di partito”. In realtà il comma 3, dell’art. 1, non lascia spazio alcuno per lo sforzo interpretativo compiuto dai giudici del Consiglio di Stato ed i funzionari dell’Ufficio legislativo della Camera dei Deputati – forse con un pizzico di ingenuità o con maggior onestà intellettuale – lo mettono nero su bianco nel dossier relativo allo schema di decreto: “Le norme (n.d.r. stiamo parlando, ancora una volta, di quelle che stabiliscono il nuovo meccanismo per l’accesso ai contributi) non si applicano… alle imprese editrici di quotidiani e periodici organi di forze politiche (art. 3, comma 10, L. 250/1990) … in quanto non citate.”.

Possibile che un passaggio tanto delicato e rilevante della nuova disciplina sia sfuggito ai giudici del Consiglio di Stato o che, a Palazzo Spada, abbiano ritenuto normale doversi sforzare di leggere in una norma di legge qualcosa che, almeno – lo dicono loro stessi – non vi è chiaramente scritta, tanto da aver bisogno di dedurla? Naturalmente può accadere. Parliamo, però, di una norma la cui interpretazione – in un senso o in un altro – vale milioni e milioni di euro e che forse, pertanto, dovrebbe essere scritta nel modo più chiaro possibile. Un’analoga anomalia si registra in relazione all’interpretazione che i Giudici del Consiglio di Stato danno delle disposizioni dello schema di Decreto, destinate a disciplinare il calcolo dei contributi spettanti ad ogni impresa editrice.

Anche in questo caso, infatti, il Governo mentre ha ancorato il calcolo delle provvidenze spettanti alle cooperative di giornalisti ed alle imprese editoriali “normali” – almeno in relazione alla quota variabile – alle copie effettivamente distribuite e vendute, non ha fatto altrettanto in relazione a quelle spettanti alle testate, organi di partiti e movimenti politici per le quali ha confermato il vecchio parametro della tiratura dichiarata.
Ecco quello che sono costretti a scrivere, al riguardo, i funzionari dell’ufficio legislativo della Camera dei Deputati nel loro dossier: “la parte variabile del contributo (n.d.r. si parla di quella spettante ai quotidiani e periodici organi di partiti e movimenti politici) viene ancora determinata dal numero di copie di tiratura media (giornaliera, ove si tratti di quotidiani).”.

Sono poi gli stessi funzionari della Camera dei Deputati a rilevare che “Con riferimento all’elemento cui viene rapportato il calcolo del contributo variabile, il Consiglio di Stato osserva che per le imprese in questione (n.d.r. si tratta di quelle editrici di quotidiani e periodici organi di partito), a differenza delle altre, continua a farsi riferimento alla tiratura e non alla distribuzione, quindi ad una modalità che non appare formalmente allineata con il criterio direttivo (n.d.r. quello contenuto nel decreto legge varato dallo stesso Governo)” ed a dar atto della ‘giustificazione’ individuata dai Giudici di Palazzo Spada per ritenere comunque legittima la disposizione: “Il consesso rileva, peraltro, che essendo fissati importi per scaglioni di copie, si è evidentemente inteso porre in essere una specie di forfetizzazione presumibilmente sulla base di dati statistici circa i rapporti percentuali tra tiratura e distribuzione e conclude che solo in questa prospettiva può ritenersi rispettato il criterio di delega.”.

Ancora una volta, dunque, il Consiglio di Stato si sforza di interpretare la volontà del legislatore allo scopo di non vedersi costretto a negare il proprio parere favorevole allo schema di provvedimento o, almeno, a richiedere al Governo di modificare la norma, chiarendone la portata.

Con l’ormai imminente approvazione dello schema di decreto, dunque, Palazzo Chigi cambierà le regole della distribuzione delle provvidenze all’editoria per tutti salvo che per gli amici degli amici.
Evviva! Natale si avvicina e l’ennesimo porcellum con il quale imbandire la tavola dei soliti noti, sta per essere servito.