L’ultima aggressione è avvenuta pochi giorni fa a Ragusa. Una macchina ferma, un’altra che l’affianca, insulti che volano e una secchiata di urina che parte da un finestrino all’altro. Vittima della violenza, Vincenzo, 25 anni, studente universitario. Gay.

Solo due giorni prima a Pignataro, nel frusinate, una regolare coppia di inglesi (in Gran Bretagna le unioni civili fra gay sono legali dal 2005) era stata selvaggiamente picchiata da un gruppo di uomini: non sopportavano la vista di loro due che si baciavano su una panchina.

Due episodi troppo recenti per fare in tempo a entrare nella dolorosa casistica raccolta da Ivan Scalfarotto e Sandro Mangiaterra nel loro In nessun paese – Perché sui diritti dell’amore l’Italia è fuori dal mondo (Piemme, 220 pagine, 17, 50 euro).

Scalfarotto, vicepresidente del Pd, è un apprezzato consulente strategico per società italiane e internazionali. Ed è gay. Mangiaterra, editorialista dei quotidiani veneti del gruppo Espresso, no. Il che non toglie che siano entrambi molto interessati ai diritti delle persone, categoria alla quale appartengono anche gli omosessuali, benché le leggi dello Stato e i comportamenti di buona parte della popolazione paiano ignorarlo.

Scritto in prima persona, seguendo il filo della biografia di un gay di successo come Scalfarotto, il libro non è però un memoir ma un serrato reportage ricco di dati, informazioni, storie. «Un testo che dovrebbe essere adottato in tutte le scuole d’Italia» ha detto alla presentazione milanese del libro Moni Ovadia, uno che di minoranze se ne intende. Ma che ha dovuto convenire con Scalfarotto sul vantaggio che gli ebrei (ma anche i neri) hanno sui gay: «Almeno non hanno il problema di dirlo ai genitori».

Un problema che Scalfarotto non ha avuto: suo padre e sua madre hanno reagito benissimo al suo coming out, e cioè con amore e partecipazione. Suo padre si è perfino risentito per il timore del figlio di chissà quali reazioni: «Ti sono mai sembrato un omofobo?» l’ha rimproverato a muso duro. Più difficile è stato dichiararsi sul lavoro: per anni lui come la quasi totalità dei gay ha evitato accuratamente di essere anche solo sfiorato dal sospetto. La spiegazione sta nelle decine di storie riportate nel libro che raccontano di mancate carriere, licenziamenti e perfino aggressioni che hanno colpito nell’ambiente di lavoro omosessuali dichiarati o solo sospettati. Per non parlare dei suicidi di chi non riusciva più a reggere il dileggio di compagni di scuola o di scrivania. O i ricoveri in ospedale psichiatrico per lo stesso motivo.

Eppure qualcosa sta cambiando: secondo un’indagine dell’Eurispes, più della metà della popolazione italiana (il 52,5 per cento) considera l’omosessualità «una forma d’amore» come l’eterosessualità. E ben il 53,5 per cento accetterebbe tranquillamente l’omosessualità del figlio. «Per l’ennesima volta gli italiani si dimostrano migliori di chi li governa» chiosano Scalfarotto e Mangiaterra.

E allora: in una società dove i matrimoni sono crollati dai 419mila del 1972 ai 250mila del 2007, dove le famiglie composte dai single sono quasi il trenta per cento (ma a Milano è già avvenuto il sorpasso: 50,6 per cento), dove i figli nati fuori dal matrimonio sono il 20 per cento (percentuale che fra dieci anni si prevede salirà al 50 per cento), dove almeno 100mila ragazzi hanno un genitore gay (il 17,7 per cento dei gay e il 20,5 per cento delle lesbiche hanno figli, secondo una ricerca di Arcigay e Arcilesbica finanziata dall’Istituto superiore di sanità), in una società, insomma, dove le famiglie assomigliano sempre meno a quella «sacra» tramandata da Stato e Chiesa, dovrà pur arrivare il momento di ragionare, e legiferare, sui diritti e i doveri delle persone indipendentemente dal loro orientamento sessuale.

Il diritto, per esempio, di sposare chi si ama anche se è lo stesso sesso, di lasciare in eredità i propri beni a chi si vuole anche se non è un parente, di essere assistiti in ospedale dal proprio partner anche se non lo/la si è sposato. Perché, come ha detto il presidente Giorgio Napolitano nella giornata contro l’omofobia «I diritti degli omosessuali non riguardano solo gli omosessuali, sono diritti di tutti. E tutti si devono impegnare per il loro riconoscimento quale conquista di civiltà e progresso».

Un sogno impossibile? «Certo difficile con questa classe dirigente vecchia e pavida» risponde Salfarotto. «Ma non impossibile: quarant’anni fa le donne non avevano la potestà sul figlio che partorivano, i figli nati fuori dal matrimonio non avevano pari diritti, il codice penale prevedeva il delitto d’onore». Poi ci furono la riforma del Diritto di famiglia, i referendum sul divorzio e sull’aborto, la riforma del codice penale: «La classe dirigente dell’epoca capì che si è cittadini del proprio tempo. Quella attuale dovrebbe svecchiarsi e fare lo stesso».

Ma come? Secondo Marilisa D’Amico, giurista e patrocinante del ricorso in Cassazione per il riconoscimento dei matrimoni fra omosessuali, tutto sta in quella parolina, «persona», alla quale la nostra Costituzione garantisce diritti e spazi di libertà. «Compreso quello di scegliere chi amare» dice. Il ricorso in Cassazione è stata una mezza vittoria: «La Corte ha riconosciuto che gli omosessuali hanno il diritto di vivere in condizione di coppia. Ma che quel diritto non si riferisce all’articolo 29, quello sulla famiglia, ma all’articolo 2, quello sui diritti dell’individuo. E ha invitato il legislatore a intervenire in merito».

Ma siamo in Italia, mica in Germania, dove vige il diritto costituzionale di disubbidire a una legge iniqua. Qui, invece, è il legislatore che disubbidisce non intervenendo. Ma fino a quando? E come spingere a farlo? «Continuando, appunto, a spingere» dice Scalfarotto. E cioè insistere nel reclamare i propri diritti, manifestare, denunciare, ma anche cogliere le aperture, da dovunque provengano («Non si può non registrare che Mara Carfagna è il primo ministro che abbia stanziato una somma – circa due milioni di euro – per una campagna contro l’omofobia»). E spingere ancora.

Alla fine, quando meno te l’aspetti, i muri crollano.