Questa volta niente quiz. Vi propongo invece qualche testo e qualche dato sul tema ricerca e innovazione. Come di consueto, cercherò di limitare al massimo i miei commenti.

1. Ricerca ed innovazione tecnologica – Nella nuova divisione internazionale del lavoro e delle produzioni tra le economie dei Paesi più evoluti e le nuove vaste economie caratterizzate da bassi costi del lavoro, un più intenso e diffuso progresso tecnologico è condizione essenziale per la competitività dei sistemi economico-industriali dell’Italia e dell’Europa…

Una più intensa ricerca scientifica, una più estesa innovazione tecnologica ed una più efficace sperimentazione dei nuovi processi e prodotti saranno in grado di assicurare il mantenimento nel tempo della capacità competitiva dinamica dell’industria italiana. Alle strutture produttive di ricerca scientifica e tecnologica, il Paese deve guardare come ad uno dei principali destinatari di investimenti per il proprio futuro…

Tra gli obiettivi della politica dei redditi va annoverato quello della creazione di adeguati margini nei conti economici delle imprese per le risorse finalizzate a sostenere i costi della ricerca…

E’ necessario che la spesa complessiva per il sistema della ricerca e dello sviluppo nazionale, pari a 1,4% del Pil, cresca verso i livelli su cui si attestano i Paesi più industrializzati, 2,5-2,9% del Pil. Il tendenziale recupero di tale differenza è condizione essenziale perché la ricerca e l’innovazione tecnologica svolgano un ruolo primario per rafforzare la competitività del sistema produttivo nazionale. In tale quadro appare necessario perseguire nel prossimo triennio l’obiettivo di una spesa complessiva pari al 2% del Pil. Tale obiettivo non può essere realizzato con le sole risorse pubbliche. Queste dovranno essere accompagnate da un’accresciuta capacità di autofinanziamento delle imprese, da una maggiore raccolta di risparmio dedicato, da una maggiore propensione di investimento nel capitale di rischio delle strutture di ricerca e delle imprese ad alto contenuto innovativo…

Presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri sarà periodicamente svolto un confronto tra i soggetti istituzionali competenti e le parti sociali per una verifica dell’evoluzione delle politiche e delle azioni sopra descritte nonché dell’efficacia degli strumenti a tali fini predisposti.”

Il testo che precede è tratto dall’Accordo tra governo, Confindustria e sindacati del luglio 1993. Chi volesse leggerlo tutto (è una lettura piuttosto interessante) lo trova a questo link. E’ un testo famoso per le parti di esso che furono attuate, quelle sulla politica dei redditi: a cominciare dall’abolizione della scala mobile (ossia dell’indicizzazione automatica di salari e pensioni all’inflazione).

Le righe che ho riprodotto sono molto meno famose. Forse perché a questo riguardo l’Accordo non è stato affatto attuato. Anzi: se prendiamo le tabelle fornite dal Cnr sull’evoluzione degli investimenti in ricerca e sviluppo tecnologico in Italia dal 1980 al 2005, scopriamo che dopo l’Accordo gli investimenti in R & S sono addirittura scesi: crollando sotto l’1% nel 1995 e non raggiungendo più in seguito neppure l’1,2%.

Anche i dati forniti dall’Istat sul 2007 (per il 2008 ci sono soltanto stime), si situano sull’1,18% per cento (vedi tav. 1).

E visto che gli investimenti effettuati dalle imprese ammontano a circa la metà del totale (vedi tav. 2), essi in questi anni sono stati pari nella migliore delle ipotesi allo 0,6% del pil: un’inezia.

Infine, nella ricerca prodotta nell’aprile 2010 dall’Istat sull’innovazione nelle imprese, leggiamo che

gli investimenti in ricerca e sviluppo (R&S) e in innovazione segnalano un forte svantaggio dell’Italia rispetto alle altre importanti economie europee anche in relazione alla capacità innovativa espressa dal sistema delle imprese. La spesa complessiva in R&S, stimata per il 2008 nell’1,2 per cento del Pil, presenta un valore analogo a quello raggiunto alla metà degli anni Ottanta, decisamente lontano dalla media europea (circa 1,9 per cento).

Solo il 37 per cento delle imprese manifatturiere italiane conduce attività di ricerca (contro il 70 per cento di quelle tedesche e il 59 per cento delle francesi) e il 28 per cento delle imprese produce servizi ad alto contenuto di conoscenza (ultimi nel confronto con le principali economie europee)”. Guarda il grafico.

Ora torniamo al documento da cui siamo partiti e rileggiamone un passo chiave:

Tra gli obiettivi della politica dei redditi va annoverato quello della creazione di adeguati margini nei conti economici delle imprese per le risorse finalizzate a sostenere i costi della ricerca”.

In soldoni questo significa: eliminando la scala mobile si aumenteranno i profitti delle imprese. Ma parte di questi profitti deve essere investita in ricerca e innovazione. Così sta scritto nell’Accordo del 1993.

La prima cosa è successa. La seconda no.

E se fosse questo, anziché la “flessibilità del lavoro”, il problema centrale della nostra competitività di sistema?