Il partito repubblicano era il partito più onesto d’Italia, insieme col movimento sociale e i comunisti. Era un partito di centro ma in Romagna ostentava fieramente (ma con l’edera al centro) fiammanti bandiere rosse e aveva feroci canzoni contro Cecco Peppe, i Savoia e altri nemici storici dei repubblicani. Che in Romagna erano un casino, fra l’altro. “Un piccolo partito di massa” commentava orgoglioso La Malfa. Un siciliano piccolo e tosto, milanesizzato, esperto di finanza, antifascista (veniva dal Partito d’Azione) e, nell’allegro centrosinistra anni ’60, sparagnino come Gilberto Govi: basti dire che si oppose fino all’ultimo alla tv a colori perché, in quanto lusso inutile, diseducativa. I manifesti repubblicani erano i più seri di tutti, niente slogan urlati, grafica svizzera, lodati da tutti i designer milanesi.

Purtroppo anche i migliori hanno i loro difetti, e pure l’inflessibile La Malfa ne aveva uno. In Sicilia, i repubblicani erano capitanati da tale Aristide Gunnella. Costui, massone come tutti i repubblicani – ma allora non c’era (quasi) niente di male: diciamo che era una tradizione repubblicana – era tuttavia amicissimo di coppoluti e selvaggi boss mafiosi dell’epoca (siamo negli anni Sessanta), fra cui il rinomato Di Cristina Giuseppe, detto “la tigre”. Costui, venutagli a dispetto per motivi suoi la Dc locale, ordinò di votare per Gunnella: e fu così che il partito repubblicano acchiappò una valanga di voti a Caltanissetta e dintorni. La Malfa, felice e ingenuo, non se ne stupì più di tanto: era semplicemente, secondo lui, una giustizia dovuta al piccolo ma glorioso partito. E nominò Gunnella ministro.

Negli anni successivi, apriti cielo. A carico di Di Cristina cominciarono a fioccare le accuse più terrificanti: non solo mafioso generico ma coinvolto nell’omicidio De Mauro, e nel caso Mattei, e nella strage di viale Lazio; e financo nel golpe Borghese. Sempre in rapporti amichevoli con Gunnella. I probiviri repubblicani, che erano degli uomini probi, indagarono; e alla fine decisero l’espulsione dal partito dell’iscritto Aristide Gunnella. Intervenne Ugo La Malfa, cancellò l’espulsione e anzi mandò via i probiviri. Poteva farlo, perché il partito repubblicano era – moralmente – suo, più o meno come i grillini sono di Beppe Grillo, l’Idv di Di Pietro o di Bossi la Lega. A parte questa macchia, la carriera politica di La Malfa fu onorevole: fedele servitore della nazione, uomo integerrimo, stimato da tutti gli schieramente – i coccodrilli funebri, nel suo caso, furono abbastanza meritati. Siccome, come abbiamo detto, il partito era suo, alla sua morte lo ereditò il figlio, Giorgio La Malfa. Che a suo modo era una specie di “trota”, però studiosissimo, e con gli occhiali. Il figlio, prevedibilmente, cominciò a fare spese, ad allargare il partito; e un giorno, con orrore dei vecchi repubblicani onestissimi e mangiapreti, decise di di dare l’appoggio a un governo Berlusconi. “Che roba, sora mia, così doveva finire?”. “Eh, povero sor Ugo, chi glielo doveva dire…”. D’altronde allora accadeva spesso che la vecchia “Osteria Ar Cacciatore” un bel dì inalberasse, dal padre al figlio, l’insegna rossa e gialla d’un McDonald; e non solo le osterie.

Tutto questo per dire che in fondo è una giustizia storica, quella di Fra Cristoforo e di Plutarco, se alla fine, dovendo prima o poi nascere un partito-Noemi, un coso che spunta fuori per festeggiare il Capo e sparisce altrettanto improvvisamente, questo partito dovesse essere il buon povero vecchio Partito Repubblicano. Eppure l’avvertimento c’era stato: “Ricadranno sui figliiii…. E sui figli dei figliiii! Fino alla settima generazioneeee!”. Ma il superbo La Malfa, ahimè, non aveva voluto ascoltare.

Non ho la minima idea di come ora sia arrivato a impadronirsi del Pri un tipo come Nucara, nè che fine abbia fatto il povero Giorgio La Malfa, in fondo – classicamente – molto più leggero che cattivo.