Vogliamo parlare ancora un po’ di Brunetta? L’idea ci è venuta ascoltando il suo lungo intervento alla Summer School della Fondazione Magna Carta di Gaetano Quagliarello, una delle tante emanazioni culturali della Popolo delle libertà. E lì, il ministro si è esibito, come fa sovente, nel solito teatrino di insulti e dileggi contro i dipendenti pubblici riuscendo a prendersela soprattutto, perché protestano più rumorosamente, con i precari della scuola a cui ha dato, in soldoni, dei falliti. Lui, prodotto certosino del “merito che vince”, figura immacolata di una classe dirigente che sale sul podio per dare lezioni e distribuire voti ancora una volta si diverte a umiliare uomini e donne dalla schiena dritta, la dignità in tasca e la fatica di vivere addosso.

Brunetta, del resto, della spavalderia ha fatto un gesto estetico superiore persino al “ghe pens’mi” del Cavaliere stanco. Lui non è mai stanco, anzi va in giro a rappresentarsi come un simbolico pistolero a caccia di ingiustizie che hanno sempre la faccia bruta dell’impiegato pubblico, del professore svogliato, dell’amministrazione che non funziona. Brunetta, che «si forma umanamente nell’humus del proletariato veneziano», come recita il suo profilo su Wikipedia e che «inizia a distinguersi culturalmente, coltivando di propria iniziativa studi classici nei quali eccelle» nonostante fosse solo figlio di un ambulante, «il piccolino al liceo dei siori», di questa umanità scadente che affolla ministeri decadenti o che si mette in fila per anni e anni nella speranza di diventare insegnante in qualche scuola media o superiore di qualsiasi parte di Italia, ha quasi ribrezzo.

Del resto, domanda a un pubblico compiacente, «chi cavolo è uno che fa il supplente da 10 o 15 anni e non ha vinto nemmeno un concorso? Non potrebbe cambiare mestiere?». Non sapevamo che l’«humus proletario» di Venezia producesse simili rancori e plateali svarioni visto che qualsiasi precario o precaria della scuola, in attesa da tutti quegli anni, il concorso lo ha superato molti anni fa oppure ha superato la scuola di abilitazione e se non riesce a diventare insegnante di ruolo non è perché sia un fallito o un’incapace ma semplicemente perché gli amici di Brunetta, Tremonti e Gelmini, hanno tagliato a rotta di collo posti di lavoro, impedendo nuove assunzioni. Ma tutto questo Brunetta non lo sa oppure fa finta di non saperlo. Come fa finta di non sapere invece che a distribuire lezioni merito mai goduto è un professore di Economia piuttosto mediocre, uno che vive a spese dello Stato con le sue varie legislature da deputato, italiano e europeo, e che da ministro non esita a incassare la sua bella pensione “pubblica” da 3000 euro al mese, alla faccia dei fannulloni.

Che l’uomo non sia particolarmente brillante – sì, d’accordo, è un ministro della Repubblica ma stiamo parlando del governo Berlusconi, lì anche Frattini, Gelmini o Rotondi sono ministri – lo dimostra la carriera e il valore scientifico. E’ stato professore associato e ordinario ma, come viene ricordato spesso in rete, il ministro può vantare un Indice Hirsch – quell’indice ideato per valutare il “valore” di un accademico mettendo in relazione la quantità delle sue pubblicazioni con la qualità delle citazioni ricevute – pari a 6. La sufficienza, direte voi. Magari!

In Italia la media generale è 5,3, cioè un docente ha pubblicato cinque lavori citati ognuno almeno cinque volte. Ma per il settore economico la media è più alta. Solo il 5% degli accademici italiani ha un valore superiore a 16. Nella classifica a cura della Virtual Italian Academy, uno come Brunetta nemmeno ci rientra, visto che si viaggia con indici H compresi tra 30 e 120. Ovviamente, un genio potrebbe aver scritto solo un libro o un articolo, non avere nessuna citazione e aver inventato la teorica economica che offre l’elisir della felicità. Qualcuno pensa che sia il caso del nostro uomo?

La cosa triste, o buffa a seconda dei punti di vista, è che Brunetta non fa che confermare puntualmente di essere la reincarnazione del “Giudice” cantato da De Andrè. Intendiamoci, non ci interessa lo sberleffo sull’altezza del ministro come farebbe pensare l’avvio della canzone – “cosa vuol dire avere un metro e mezzo di statura” – tutt’altro: l’idea di attaccarlo in base all’altezza è solo la spia di una mancanza strutturale di argomenti. Ma, volendo tratteggiare il carattere e l’identità di una figura così esuberante, non si può non sottolineare quella pervicacia nel cercare una rivalsa, il gusto morboso dell’irrisione volgare e violenta – sì, violenta, non sapremmo come altro definire il reiterato disprezzo per intere categorie sociali – espressione di una derisione subita, di un’estrazione popolare non gradita, di un bisogno di riscatto umano e sociale che dalla voglia di rivalsa trascende nell’insulto e nell’offesa delineando così quel ghigno cattivo con il quale il ministro è ormai costretto a convivere. Ma Il Giudice era un’altra cosa, era davvero riuscito a divenire “arbitro in terra del bene e del male” e ammetteva di sapersi genuflettere “nell’ora dell’addio”; il nostro “giudice” cattivo non ha quelle qualità, non è arbitro di nulla e potrà genuflettersi solo davanti a Berlusconi. Un po’ poco per passare alla Storia.