Fidel è risorto. Ed è tornato tra noi con una missione: salvare il mondo dall’autodistruzione. O, più esattamente: è tornato per predicare la pace e per rivelare – unica voce nel deserto – l’imminenza dell’olocausto nucleare che un’umanità mantenuta nelle tenebre dai potenti della Terra e dai loro grandi media sta per affrontare come ormai imminente conseguenza della crisi iraniana. Un articolo dedicato al tema già è stato pubblicato sull’edizione cartacea de “Il Fatto” e non è, ovviamente, il caso di tornare sull’argomento. Ma una domanda vale, egualmente, la pena porsela: quanto davvero nuovo è il nuovo Fidel? O, per meglio dire: quanto diverso dal vecchio Fidel è questo Fidel “resurrecto” e redentore? Risposta: molto diverso e, nel contempo, straordinariamente simile.

Molto diverso, perché il Fidel che, oggi, predica una “pace che si paga con la pace” – “la paz con la paz se paga” – appare oggettivamente molto lontano (agli antipodi, in pratica) dai molti Fidel (tutti immancabilmente guerrieri) conosciuti nel passato. Diverso da quello del Moncada, del Granma e della Sierra. Diverso da quello che, nel ’62, suggeriva a Kruscev di sparare il primo colpo atomico contro gli Usa, nel caso questi ultimi avessero invaso Cuba. Diverso da quello che, lungo il mezzo secolo d’una rivoluzione che ha tenuto in scacco la più grande potenza del pianeta, ha organizzato un formidabile esercito, capace d’esibire la sua forza anche al di là dell’oceano, in terra africana. E, soprattutto, diverso, diversissimo da quello che sempre ha esaltato la luminosità della morte (la morte sua e quella dell’intero paese) come unica alternativa alla vittoria ed alla patria libertà (i riferimenti a Numantia – la città spagnola che, nel 153 a.c., preferì il suicidio collettivo alla sottomissione alla Roma di Scipione l’Africano, sono assai frequenti nella retorica fidelista).

Diverso, molto diverso dal passato – e diverso in termini che appaiono, a tratti, davvero stravaganti – il nuovo Fidel si mostra anche nei suoi punti di riferimento politico-culturali. Poiché in passato – prima della malattia che, nel 2006, per quattro anni lo avrebbe tolto dalla pubblica scena – mai nessuno avrebbe potuto, in effetti, immaginarlo tanto infantilmente affascinato dalle teorie cospirative d’un ciarlatano (e per dipiù d’un ciarlatano di destra) quale Daniel Estulin (alle cui teorie il “líder máximo” ha dedicato ben tre delle sue più recenti “riflessioni”, occupando, per questo, più della metà delle sei pagine quotidiane del Granma). E tuttavia, nel raffronto tra il Fidel che fu e quello che – a noi restituito da un miracolo di resurrezione – Fidel sembra essere oggi, sono proprio gli elementi di continuità a prevalere.

Il nuovo Fidel appare infatti straordinariamente simile al vecchio per molti ed essenziali aspetti. A partire, naturalmente, dalla convinzione della messianica natura della sua presenza sul pianeta. Ma il punto nel quale, senza dubbio alcuno, il nuovo ed il vecchio Fidel più perfettamente si sovrappongono – diventando, di fatto, indistinguibili l’uno dall’altro – va individuato, in realtà, nell’assoluta, cronica incapacità di qualsivoglia autocritica che entrambi manifestano. Anche quando – come nel caso che qui sotto descriviamo – quest’autocritica parrebbe, a rigor di logica, presentarsi come condizione imprescindibile per la credibilità della salvifica missione che il Fidel “resurrecto” ha affidato a se medesimo.

È cosa nota: assai raramente, nel corso della sua molto travagliata e senza dubbi grandiosa esistenza, Fidel Castro Ruz ha ammesso errori. E, quando lo ha fatto si trattava di errori non suoi, ma di errori “nostri”. Talvolta, come nel caso della famosa “zafra dei 10 milioni” del 1970 (fallita perché parte d’una politica economica demenzialmente volontaristica ed in ultima analisi distruttiva), quel “nostri” stava (utile sarebbe, a questo punto andarsi a rileggere il discorso pronunciato da Fidel 20 maggio di quell’anno) per l’inefficienza d’un apparato produttivo incapace di rispondere agli stimoli di un grande leader ed agli “eroici sforzi” d’un intero popolo. Oppure – e qui siamo già al “nuovo” Fidel – sta per la grettezza di pezzi di Stato mossisi per conto proprio in base a pregiudizi che nulla avevano a che fare con il pensiero del “comandante en jefe”. Come nel caso della repressione degli omosessuali negli anni ’60 e ’70, da Fidel definita, nella sua ultima intervista a “La Jornada”, una “grande ingiustizia”, sfuggita al controllo d’un leader (lui stesso) in quegli anni troppo impegnato a difendere la sopravvivenza della rivoluzione per rimediare alla grettezza di alcuni dei suoi seguaci. Occorre ammetterlo: solo un sommo leader avrebbe potuto, in effetti, dire una cosa tanto sommamente ipocrita.

Davvero emblematica – in tema di autocritiche mancate – è stata comunque, la sequenza di “malintesi”, nata, una settimana fa, dall’ultimo incontro tra un sempre più energico ed attivo Fidel ed il giornalista Jeffrey Goldberg, invitato all’Avana perché autore d’un articolo sul Medio Oriente che (forse più a torto che a ragione) Fidel aveva ritenuto in linea con le sua apocalittica visione della crisi iraniana. Nel corso dell’incontro Goldberg – accompagnato dalla professoressa Julia Sweig, autrice di alcuni eccellenti saggi su Cuba – aveva rivolto a Fidel due domande, ottenendo risposte che, attenendosi al significato delle parole ed alla loro logica concatenazione, aveva poi interpretato come più o meno blande e più o meno credibili “revisioni” – nel più “kautskiano” senso del termine – del passato e del presente. La prima domanda riguardava la “esportabilità” del modello economico cubano. E questa era stata la risposta di Fidel: “Il modello cubano, ormai, non funziona più neanche per noi”. La seconda domanda riguardava, invece, l’olocausto nucleare. Non quello che Fidel vede oggi come assai imminente oltre la crisi iraniana, bensì quello, mancato per un soffio, che nel 1962 vide Fidel diretto (e non propriamente pacifico) protagonista. Tornando alla celeberrima “crisi dei missili” di quell’anno, Goldberg ha chiesto a Fidel se avrebbe rimandato a Kruscev la famosa lettera nella quale chiedeva all’URSS di usare per prima la bomba contro gli Usa in caso di invasione. Risposta: “Se avessi saputo quel che so oggi, no, non valeva la pena…”.

In un’ampia anticipazione in rete d’un articolo che uscirà sul prossimo numero del mensile “The Atlantic”, Jeffrey Goldberg aveva letto le parole di Fidel in quello che pareva il modo piò ovvio. Ovvero: aveva visto nella sua prima risposta, non una critica al sistema socialista in quanto tale, ma una blanda e, per l’appunto, “autocritica” apertura alle altrettanto blande ed autocritiche misure economiche recentemente lanciate dal fratello Raúl. Ed aveva tradotto la seconda come una sorta di “pentimento”. Un pentimento sicuramente incompleto e, per molti aspetti, persino ridicolo – perché ridicolo è pensare che Fidel non conoscesse, nel ’62, i devastanti effetti di un’esplosione nucleare – ma comunque come un pentimento. O, se non proprio come un pentimento, quantomeno come un tentativo (non troppo riuscito) di conciliare il Fidel del presente – quello che racconta ad un mondo ignaro gli apocalittici effetti di un conflitto nucleare – e quello del passato (che l’olocasto nucleare in qualche misura invocava o, comunque, non temeva).

Ma si sbagliava, il Goldberg. E si sbagliava di grosso, come lo stesso Fidel – pur confermando l’esattezza delle frasi da Goldberg riportate – ha immediatamente provveduto a precisare in una lunga “aclaración” pubblicata dal sito Cubadebate. Nel primo caso – quello relativo alla funzionalità del sistema cubano – Fidel afferma di avere letto molto divertito l’interpretazione “al pié de la letra” (molto letterale) che il giornalista aveva dato alle sue parole, sottolineando come quelle stesse parole, da lui pronunciate “senza amarezza né preoccupazione”, stessero in realtà a significare (come non accorgersene?) l’esatto contrario. Vale a dire: “…che il sistema capitalista ormai non serve né agli Stati Uniti né ad un mondo che trascina in crisi sempre più gravi alle quali è impossibile sfuggire…”. E, quanto al secondo caso – quello del suo presunto (anche se alquanto bizzarro) pentimento in materia di “primo uso” nucleare – ancor più clamoroso appare, a Fidel, l’equivoco dell’incauto giornalista. Perché? Perché, spiega Fidel, la frase “…de haber sabido lo que ahora sé..”, avendo saputo quel che so ora, si riferisce, non agli effetti di un esplosione nucleare, ma (ancora una volta: come non accorgesene?) al “tradimento commesso da un presidente russo che, saturo di sostanza etilica, ha consegnato agli Stati Uniti tutti i segreti militari di quel paese”. Piuttosto ovvio il riferimento a Boris Yeltsin. Molto meno ovvio è, invece, cogliere il legame tra Yeltsin e la lettera a Kruscev. Anche se questo parrebbe logico dedurre dalla “aclaración” di Fidel: che secondo lui il “primo colpo” non “valeva la pena”, non per la morte e le distruzioni che avrebbe provocato (o per la distruzione del pianeta, in quel caso davvero probabile), ma perché l’Unione Sovietica era comunque destinata, in una trentina d’anni, ad essere svenduta al capitalismo da un presidente ubriacone (fosse stato quel primo colpo sparato davvero, non vi sarebbe con ogni probabilità stati, nel futuro dell’uomo, né una Unione Sovietica da svendere, né un capitalismo al quale svenderla. Ma, come Fidel, anche noi sorvoliamo su questo dettaglio).

Non resta a questo punto che tornare alla domanda iniziale. Quanto nuovo è il nuovo Fidel? A chi serve questo Fidel “risorto e pacifista” che oggi impartisce lezioni al mondo sui pericoli d’un olocausto nucleare , ma che si rifiuta di fare i conti con la “crisi dei missili’? A chi serve questo Fidel “risorto” che ancor oggi riduce la tragedia della caduta del socialismo reale ad una vicenda di “tradimenti e di ubriaconi”? A chi serve questo nuovo Fidel tanto simile al vecchio Fidel e, come la sua vecchia copia, tanto incapace della più elementare autocritica? All’umanità che vuole salvare? Alla sinistra (rivoluzionaria o meno)? A Cuba? O soltanto a se stesso?