Ottobre 2010. Silvio Berlusconi dal palco della manifestazione di Milano dichiara: “E’ colpa mia”.

Berlusconi lascia il palco senza aggiungere altro. Ora che l’ìnquadratura si allarga scopriamo che ci saranno diecimila persone. Minzolini ne aveva annunciate 500mila. In grave difficoltà, il Tg1 chiude bruscamente il collegamento in diretta.
Cicchitto e Bonaiuti, al microfono, confermano le parole del premier: “E’ colpa nostra”. Il primo ricorda i suoi trascorsi piduisti, mai trascorsi. Il secondo ammette di essere stato fra i berluscones per mero tifo e per convenienza personale. Poi spazio a dichiarazioni sulla mafia di stato, sui soldi pubblici buttati, sulla P2 divenuta sistema. La sostanza, comunque, è una sola. “Non abbiamo fatto nulla per il Paese”.

Sconcerto. Da Roma, Bersani si affretta a dire qualcosa ai microfoni di SkyTg24: “E’ anche colpa nostra”. E racconta che in sedici anni la sinistra non è stata capace di proporre un modello alternativo a Berlusconi. Napolitano invita alla calma istituzionale, ma poi dice: “E’ anche colpa mia“. E parla della corrente migliorista, che si opponeva a Berlinguer sostenendo che la questione morale non era fondamentale. D’Alema non vuole essere da meno: E’ colpa mia. Il Kosovo. Il patto della crostata, la bicamerale, il conflitto di interessi”. La sostanza, comunque, è una sola: “Non abbiamo fatto nulla per il paese”.
Ci si mette anche Grillo: “E’ colpa mia, che ho fatto il populista, a un certo punto”.
Bossi: non pervenuto.
Fini: “Io ho già dato. Comunque, sì, potevo anche accorgermene prima. Ma sono di destra”.

Si dice che molti abbiano pensato, fra la cosiddetta “società civile“: “Magari è anche colpa mia?”

Minzolini userà, al Tg1, solo le dichiarazioni del centrosinistra, ma ormai non ha più importanza. “E’ colpa mia”.

A Milano, sotto al palco, con i contestatori relegati in un angolo dalla celere e i sostenitori sbigottiti, c’è un silenzio da guerra civile.
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Settembre 2010.

No, non è mai successo. Non accadrà mai.
Nessuno ha intenzione davvero di assumersi le proprie responsabilità, fra i politici italiani. E’ più semplice dare degli squadristi ai contestatori, senza chiedersi chi abbia creato questo clima insostenibile.

E’ più semplice illudere il Paese che i “cinque punti” siano fondamentali per la crescita.
E’ più semplice sostenere che si debba parlare con l’avversario, in ogni caso, facendoci credere di essere in un Paese normale.
E’ più semplice tuonare dai palchi o invitare a cliccare su Facebook: “Mi piace”.
Ma la rivoluzione non sarà annunciata da uno status.

Comunque, il clima non è da guerra civile, tranquilli. I toni non sono alti.
Se mai, in giro per l’Italia, i toni sono disperati.

Il Paese irreale, invece, quello che non si accorge di niente, è molto più numeroso; senza passioni, anestetizzato, seduto a prendere un aperitivo nel bel mezzo di qualche movida cittadina. I politici, la politica la fanno “in aula”. Alle feste di partito ci sono i concerti e la porchetta. I contestatori sono pochi. Spesso “ben noti”. E probabilmente è anche colpa loro, che non sanno più come e cosa contestare.

Eppure, oggi contestare è necessario.
Anche chi dice di no dovrà, prima o poi, renderne conto a qualcuno: ai suoi figli, magari, o alla storia. Esattamente come i responsabili di tutto questo.

Forse la storia può aspettare, per attribuire le colpe.
Ma un Paese avvilente e disperato non ha più tempo.