“Qui abbiamo già il sole, il vento, la gente. Perché dovremmo inquinare la nostra terra in nome dei soldi?”. La domanda viene da Geoffrey Stokes, portavoce degli aborigeni Wongatha, nel Western Australia, convinto che “non abbiamo bisogno delle miniere di uranio”. L’appello è particolarmente forte in periodo di elezioni federali. Il voto di sabato scorso ha prodotto un risultato senza maggioranza chiara, ma è stato dominato dalle tematiche ambientali, ed ha visto un forte incremento di voti per i Verdi, presumibilmente a danno dei laburisti. Intanto nello stato del Western Australia si infiamma il dibattito sull’imminente prossima apertura di un nuovo sito di estrazione nella zona di Kalgoorlie-Bulder, cittadina mineraria a 600 chilometri da Perth.

Storie d’Australia, ovvero del paese che secondo le stime della World Nuclear Association detiene il record della più alta densità mondiale di uranio, pari al 23% delle riserve del pianeta di cui rifornisce, tra gli altri, paesi come Stati Uniti, il Giappone e la Corea del Sud. L’export della preziosa risorsa naturale ha fruttato solo lo scorso anno un giro d’affari di 892 milioni di dollari. Eppure l’estrazione dell’uranio porta con sé anche lo spettro dei residui radioattivi, che minaccia l’equilibrio ecologico di cui gli aborigeni, antichi abitatori dell’outback australiano sono custodi.

Gli antinuclearisti sono in allarme. Dopo una moratoria durata sette anni e voluta dai laburisti, nel 2008 il cambio di governo dello stato del Western Australia, oggi retto dai Liberali, ha spalancato le porte alle multinazionali dell’uranio, che stanno sondando oltre 100 siti pronti ad essere sfruttati.

Non tutti i gruppi di aborigeni sono contrari al business miliardario, dato che alcuni vedono la possibilità di trarne un pur minimo beneficio economico, ad alleviare una situazione di perenne e storica indigenza. Molti altri, invece come i Wongatha, non baratterebbero mai la salute e l’integrità del territorio con i soldi. Forse la loro è una presa di posizione da idealisti, ma sarebbe bello che la politica, sollecitata dalla società civile, dai gruppi di pressione e dalle associazioni che si mobilitano in favore del rispetto dell’ambiente, dicesse la sua.

Provando almeno a fare da arbitro in questa impari lotta tra miliardi e ideali.