di Bruno De Stefano*

Una volta erano tutti allenatori della nazionale di calcio. Non c’era italiano che non si sentisse in grado di dettare la formazione, di suggerire un modulo tattico, di proporre la convocazione in azzurro di giocatori improbabili. Dappertutto si ascoltavano disquisizioni tecniche di gente che al massimo aveva visto le partite in televisione o aveva l’abitudine di leggere i quotidiani sportivi.

Oggi, allo stesso modo, sono tutti esperti di mafie. Per molti è stato sufficiente aver letto un libro o aver visto un film per convincersi di avere acquisito la necessaria conoscenza di un fenomeno che, contrariamente al football, è assai complesso e sul quale si gioca una partita cruciale del nostro Paese. E così è facile imbattersi in gente che, soprattutto sui social network, discute di mafie pur non avendo mai parlato con un magistrato o un carabiniere in vita sua; che non ha mai frequentato i luoghi in cui spadroneggiano camorra, ‘ndrangheta e Cosa Nostra; che non ha mai letto le carte di un processo; che in vita non ha mai avuto a che fare con un criminale; che non ha mai messo piede in un’aula di giustizia.

Intendiamoci: farsi un’idea leggendo libri o vedendo film è più che legittimo, ci mancherebbe. Ma nel caso specifico, il tema è decisamente articolato e non è possibile affrontarlo mutuando slogan e teorie altrui come se fossero oro colato. Soprattutto quando le informazioni arrivano a destinazione con una forma romanzata il cui obiettivo è soprattutto “fare colpo” piuttosto che informare. Il risultato è devastante perché la presunzione di sapere tutto quando invece non si sa assolutamente niente, ha alimentato una disinformazione pericolosa: fatti ed episodi mai accaduti o raccontati male sovrapponendo realtà e fantasia sono diventati verità assolute e indiscutibili per chi era completamente a digiuno dell’argomento. Ed è facile oggi imbattersi in studenti di primo pelo o in casalinghe attempate che discettano di mafie come se avessero cognizione diretta di fatti e personaggi, preparazione tecnica e quindi capacità di analisi. In questo modo è vero che si è moltiplicata la circolazione delle informazioni, ma si è moltiplicata pure la confusione attorno ad un tema che va approfondito e indagato attraverso la conoscenza di luoghi e persone, leggendo le carte dei processi, confrontandosi con chi ogni giorni è impegnato in prima linea come magistrati e forze dell’ordine.

La fregola di voler a tutti i costi parlare di camorra, ‘ndrangheta e Cosa Nostra ha dunque prodotto uno spiacevole effetto collaterale. Accanto a tanti che ne parlano con cognizione di causa, s’è sviluppato un esercito sempre più numeroso di “dilettanti dell’antimafia” che diffonde e sostiene con foga tesi o cause pur non avendo alcuna conoscenza maturata sul campo. Paolo Borsellino diceva: “Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene”. Sono d’accordo. Ma a patto che non se ne parli a vanvera

*Giornalista e scrittore di diversi libri sui fenomeni mafiosi